Educazione alla Sessualità e all'Affettività

roberta de coppi psicologa

PSICOLOGIA, SCUOLA, FORMAZIONE: Riflessioni su un’esperienza di educazione sessuale agli adolescenti nelle scuole superiori di Guido Banzatti, Maria Boerci, Roberta De Coppi
Sezione: N. 17 Gennaio 2010, Psicologia scuola formazione

 

 

Dialogo e creatività sono le caratteristiche dell’approccio all’educazione sessuale nelle scuole su cui lavora da più di vent’anni la nostra equipe medico-psicologica.

Sostenere e concretizzare le numerose richieste delle agenzie scolastiche di Milano ed hinterland richiede infatti, in primo luogo, il dialogo tra adulti, genitori ed insegnanti impegnati nella relazione educativa con gli adolescenti, per ottenere fiducia e collaborazione, fondamentali in interventi di questo genere. In secondo luogo è necessario il costante, quotidiano e continuativo confronto tra noi “esperti”, per poter acquisire una reale competenza ricca di conoscenza e contenuti, ma attenta all’osservazione della realtà adulta e giovanile incontrata. Solo il comune confronto dei fatti permette di migliorare ed avere il coraggio di portare nel lavoro educativo il valore del nostro percorso umano e professionale, coinvolgendoci con i ragazzi in percorsi faticosi, ma sicuramente affascinanti.

Ogni volta che siamo coinvolti con i giovani, sperimentiamo la possibilità di aprire un dialogo su domande che non riguardano solo contraccezione e malattie sessualmente trasmesse, ma che esprimono una profondità che impegna sul fronte identitario e relazionale e che richiede, quindi, disponibilità e coinvolgimento in un confronto nella classe, con loro e anche tra di loro.

I ragazzi portano domande cariche di dubbi, speranze, timori, ma soprattutto di un grande desiderio che pervade tutto e a tutto dà un senso più profondo, unificante; sembra di giungere al “cuore” dell’esperienza umana, in cui ci si possa dire direttamente ciò che più importa nella vita e che può rendere la vita più semplice.

Per questo da anni privilegiamo, come metodo e come contenuto dei nostri interventi, l’affronto delle sole domande che i ragazzi pongono all’inizio degli interventi in modo spontaneo e anonimo.

La domanda che parte dalla persona con cui si entra in relazione è duplicemente vantaggiosa. Rende attivo il ragazzo, lo invita alla partecipazione rendendogli da subito chiaro che il nostro ruolo lì con loro si differenzia dall’insegnamento didattico e che noi siamo lì per ascoltarli e costruire insieme un percorso. Gli adolescenti non diffidano del dialogo con l’adulto ma si ribellano, in genere, ai modelli imposti che non siano inseriti in una relazione che li riconosce in quanto soggetti degni di essere presi sul serio in quello che pensano, dicono e sentono.

D’altra parte la domanda indica la strada che il soggetto in quel momento storico della sua vita è in grado di (e desidera) percorrere senza impegnarlo su fronti ancora lontani da lui o non emergenti, che rischiano di non coinvolgerlo e di far percepire l’intervento come lontano dalla sua realtà, espressione più del bisogno degli adulti e della società di imporre il “giusto comportamento”. Diverso è costruire insieme con l’adolescente un percorso di riflessione sull’importanza e la delicatezza per ciascuno di noi della sessualità.

Per raggiungere questi obiettivi non servono strumenti sofisticati: utilizziamo solo fogli, penne, gesso, lavagna e la “relazione”, con tutto quello che siamo, attraverso la voce, lo sguardo, il movimento. Questo contagia i ragazzi che pur formulando domande scritte, dicono di sé attraverso il silenzio o l’eccessivo “rumore”, a seconda di quanto sono disponibili per una riflessione personale, un coinvolgimento oppure un rifiuto.

Tutto conta: il foglietto restituito in bianco, la battuta scurrile, la posizione che assumono, lavorando in gruppo o isolandosi.

Tutto diventa domanda così densa di aspetti e significati, da essere sufficiente per affrontare le loro persone, aiutandoli ad esplicitare il desiderio più profondo che contengono, perché possano prenderne atto loro stessi e misurarsi con esso.

L’esperienza accumulata in questi corsi e la conoscenza del mondo adolescenziale che ne deriva, ci ha convinti che l’educazione sessuale possa essere una importante occasione educativa. La sessualità costringe a tenere unito il biologico, lo psichico, il relazionale e il sociale, essa non può essere colta se non tenendo uniti questi vari livelli e questa è una grossa sfida per tutti. I ragazzi ne colgono la portata. La sessualità ci fa fare i conti con l’attrattiva ad aprirci ad “altro” da noi stessi, ad una relazione concreta e duratura con un altro essere umano, in una prospettiva di cambiamento continuo che pur percepiamo come destabilizzante, decostruttiva e ricostruttiva delle nostre strutture più profonde; essa ci aiuta ad essere presenti a noi stessi, nel momento in cui costringe a confrontarci con qualcun altro, anche fisicamente, cercando insieme un dialogo che tenga conto di entrambi: il rapporto sessuale è l’esplicitazione di due desideri distinti, con processualità fisiologiche (oltre che caratteristiche anatomiche) diverse, che tendono ad incontrarsi.

Questa è la sfida che spesso abbiamo raccolto entrando nelle scuole, non in nome di un sapere sessuologico che ci qualifichi come “esperti sessuali”, ma in forza del nostro interesse per l’umano, in noi e negli altri, con la sensibilità e il metodo che la nostra professione clinica ci ha abituati ad adoperare.

Misurarci con queste domande, con questi frammenti di desiderio molto vivi, scoprendone insieme ai ragazzi l’unità di fondo, è stato il nostro unico metodo.

Il momento della raccolta delle domande è forse il più importante e delicato. Al primo incontro, dei 3 o 5 previsti per ogni classe, ci presentiamo, dando modo di cogliere la duplice presenza professionale, medico-ginecologica e psicologica, che dà ragione di quanto detto sulla complessità della sessualità, e presentiamo il lavoro proponendolo fin da subito come attività co-costruita. Dopo questa introduzione raccogliamo le domande dei ragazzi, chiedendo di metterle per iscritto in forma anonima. E le domande che ci portano ad uno ad uno, magari dopo qualche minuto di imbarazzo e di silenzio, sono sempre ricchissime di aspetti diversi, piene di tanti “perché?”, di tante intuizioni, e spesso di un’esigenza di riflessione personale che può destare meraviglia a chi abbia degli adolescenti un’immagine di persone superficiali e solo propense al divertimento massificato. È questo il motivo che ci spinge a ritenere i corsi di educazione sessuale che si propongano il mero obiettivo di fare asettica e imparziale informazione profilattica totalmente insufficienti: anche nella richiesta della più banale informazione “tecnica” sulla contraccezione, se approfondita insieme, può essere l’occasione di ricerca personale sul come vivere pienamente un grande e complesso desiderio la cui risposta non è riducibile ad “istruzioni per l’uso” uguali per tutti. L’informazione scientifica, pur valida e necessaria, se rimane l’unico contenuto degli incontri, diventa un modo per evitare il faticoso confronto che impegna anche l’adulto sul fronte personale. Ma i ragazzi chiedono di metterci in gioco, chiedono spesso “cosa ne pensiamo noi” di certe convinzioni che loro si stanno facendo nel campo della sessualità e dell’affettività.

L’adulto in questa fase rimane punto di riferimento importante e guida nel percorso di crescita, ma in modo completamente diverso rispetto al periodo infantile. Le trasformazioni dell’adolescenza inducono la necessità di un cambiamento relazionale faticoso per entrambi, adulti e ragazzi; il cambiamento dell’altro deve essere riconosciuto, in tutti i suoi aspetti e implicazioni, e accettato. L’adolescente ha bisogno di essere protagonista riconosciuto.

Un’età piena di domande rivelatrici

Avere la possibilità di esaminare le loro domande dà modo di cogliere un mondo ricco di sensibilità e di speranza, un mondo in piena evoluzione, in cui la trasformazione genera dei “perché”, e i “perché” trasformano a loro volta il soggetto che se li pone, non solo nelle conoscenze e strutture intellettive, ma anche in quelle previsionali ed affettive.

Qui di seguito, aiutati dalle domande più significative o ricorrenti dei ragazzi in quest’ultimo anno 2008, riportiamo le nostre riflessioni in merito ai significati che cogliamo nell’incontro adulti – adolescenti – sessualità.

Abbiamo imparato che nessuna domanda è banale: ognuna introduce ad un universo di altre domande e riflessioni appena abbozzate, in cui le risposte non sono scontate.

Anche domande apparentemente semplici come “Ma cos’è il sesso?” oppure “Perché si genera questo tipo di istinto?” sono domande di un soggetto che inizia ad interrogarsi, che cerca di rapportarsi ad aspetti precisi della realtà personale, non dando per scontati i significati già codificati nel sapere comune.

Numerosissimi sono gli argomenti che vogliono affrontare: la differenziazione sessuale, esplorata nei suoi aspetti fisiologici e psicologici (“perché all’interno della coppia il sesso è vissuto in modo diverso tra ragazzo e ragazza?”; “Perché, a volte, l’uomo “arriva” alla gioia prima della donna durante l’atto sessuale?”); l’omosessualità, per gli interrogativi che suscita, la differenza sessuale nel piacere e nell’orgasmo, la possibilità di “dare” anche piacere all’altro, non solo di ricavarne (frequenti sono le domande sul mitico punto G), la strana presenza del dolore, soprattutto per le donne (“Da cosa dipende il dolore che provano le ragazze durante il rapporto, pur non essendo il primo rapporto?”), la ricerca di una sicurezza, che non porti a rinunciare agli aspetti più attraenti del rapporto sessuale (“Il sesso è uno dei momenti più belli da condividere con la persona che ami, certo a volte ci si lascia trascinare da sentimenti ed emozioni e l’uso del profilattico diventa quasi una “interruzione” della magia creatasi. Quali sono le vere percentuali di “pericolo”? In una ragazza infatti il ciclo non è ancora ben assestato e i ginecologi dicono che è troppo presto per la pillola. E le alternative?”).

La costruzione dell’identità

Uno dei nodi principali su cui si costruiscono le domande è la costruzione dell’identità. La domanda “Chi sono io?” assume inevitabilmente, nell’ambito della sessualità, una connotazione e concretezza nuove, al confronto con la diversità sessuale, di genere e di comportamenti.

Sono interrogativi che riguardano principalmente la diversità tra ragazzi e ragazze in ordine sia al biologico che allo psico-relazionale. Gli adolescenti colgono immediatamente che elaborare la propria trasformazione non può prescindere dall’elaborazione della diversità di cui l’altro è portatore. I propri cambiamenti sono significativi non solo a se stessi, ma anche perché “visti” dall’altro, ma ciò crea anche problema. Confrontarsi esplicitamente e pubblicamente sulle diversità e cogliere il desiderio all’incontro, è un cammino faticoso che parte spesso dal rifiuto difensivo, o dalle reciproche accuse tra i due sessi. Assumere la propria femminilità o la propria mascolinità ed esprimerla a pieno attraverso la propria personalità adulta è compito difficile.

“Quali sono le caratteristiche che le ragazze guardano nei maschi? Perché le ragazze sono così complicate e private?”

“L’approccio nell’affrontare questo periodo è diverso tra maschi e femmine? Perché?”

I ragazzi chiedono ancora:“Perché le ragazze sono così restie a concedere favori sessuali ai ragazzi in questa età?” ma poi essi stessi rispondono “Per paura di essere giudicate, perché aspettano l’amore della vita.” “e perché hanno paura di sentirsi usate.”

Ma anche la situazione contraria crea problema: di fronte alla disinvoltura e all’iniziativa femminile oggi maggiori, non sempre i ragazzi si trovano a loro agio, e lo esprimono senza mezzi termini: “Perché alcune ragazze sono così troie?” . E le ragazze chiamate in questione insorgono: “Secondo noi è da definire il concetto di “troia”. Il fatto che il comportamento “libero” di una donna venga giudicato negativamente rispetto ad un uomo non è giusto. Nel momento in cui non vengono violati il rispetto nei confronti di un eventuale partner o di altre persone non vedo il motivo per cui una donna non possa frequentare più uomini:, non esistono né troie né suore!”.

Il cammino dell’assunzione della propria identità di genere, passa anche attraverso la constatazione che il desiderio non è determinato in modo causale dal corpo. Ecco le domande anche feroci sull’omosessualità.

“Perché molti adolescenti maschi tra cui io “odia” i gay mentre le donne sono un po’ più aperte?”

Domandarsi il significato di questa paura e accoglierla aldilà di qualsiasi ideologia significa dar voce da un lato al timore della crescita e della scoperta di sé e dall’altro all’ansia per un riconoscimento tra uguali che rassicura sulla bontà della propria persona, esigenza importante in adolescenza: tutti i maschi sono interessati alle femmine, io sono un maschio allora va bene che sono interessato alle femmine. Quando il sistema è ancora fragile, l’ambiguità e l’ambivalenza dei propri vissuti è inaccettabile.

Nello stesso tempo questo genere di domande ci dice di quanto costruiamo la nostra identità, misurando i nostri vissuti all’interno della relazione con gli altri…

Il riconoscimento delle trasformazioni fisiche

Tanto è lo spazio occupato dalle domande sulle questioni in ordine al biologico: una spinta che ci interroga in modo dirompente e crudo.

“Scopare fa tanto bene alla salute? Perché quando si eiacula ci si sente bene? Portare il profilattico è sempre sicuro? Perché a volte mi capita che le mestruazioni mi arrivino tardi e a volte prima e durano solo 2 giorni più o meno? Che sapore ha lo sperma? Come si fa, se una femmina, nascere da un ovulo ed avere un ovulo dentro?”

In generale, pur essendo domande che rimandano ad una risposta sul funzionamento del corpo, contengono richieste sulla conoscenza di sé e dei cambiamenti che riguardano questa età in particolare nella prima fase e sull’incontro con l’altro diverso da sé che va conosciuto e con cui è necessario entrare in relazione, appuntamento a cui non si può giungere impreparati. Le domande sul punto G sono cariche dell’aspettativa che l’altro dica come entrare in relazione senza doversi veramente confrontare. Ma è proprio dall’incontro con la diversità che l’adolescente si coglie e questo lo costringe anche a permettersi di stare nell’incertezza e ciò crea timore.

La richiesta di indicazioni sulla protezione, a dispetto della valanga di informazioni a disposizione, può essere letta anche come richiesta di una ricetta magica che espurghi la ricerca del piacere dalla fatica della relazionalità. Tanto più che i ragazzi faticano a cogliere che il funzionamento del corpo e i rischi reali che essi possono correre riguardi anche il loro corpo.

In questa direzione vanno anche le domande sulla masturbazione che, più che un momento di conoscenza di sé o di auto gratificazione, viene vista come possibilità di procurarsi piacere senza confrontarsi con l’altro. Le domande sulla masturbazione non si fermano, infatti, all’esplorazione dei possibili “danni” fisiologici o psicologici: rimandano subito a quanto ci si possa accontentare di un piacere solitario in una sessualità che fa pensare continuamente alla dimensione relazionale, di condivisione con un altro. Dei ragazzi una volta ci hanno detto con una battuta simpatica: “alla nostra età ci si masturba perchè manca la ‘materia prima’ !” Non mancano certo le ragazze: manca la possibilità di soddisfare immediatamente il desiderio!

Non mancano i problemi concreti: molti di loro accennano a fenomeni di eiaculazione precoce, o peggio ancora (“E’ normale nelle prime volte l’eiaculazione sia “rapida”? Cosa porta i ragazzi a fare cilecca?”) oppure si fanno delle domande sulla sterilità.

Di fronte a questi problemi è inevitabile che si interroghino sulla sessualità in senso più ampio che non la sola genitalità (“Quanto l’emotività condiziona la sessualità?”).

Il rapporto con il conoscere come confronto con l’informazione e i messaggi multi mediatici

Rispondere a domande sul funzionamento del corpo anche con ragazzi già grandi e di un alto livello di istruzione, ci interroga da una parte sul tipo di messaggi che arrivano dalla società e dal mondo degli adulti e dall’altra sull’assolutezza del dato.

“Sono tutte vere le cose che ci fanno vedere i media?”

Nell’era dell’informazione, dove a volte capita anche di dover chiedere la spiegazione di un termine gergale per noi nuovo ai ragazzi che lo usano, il comportamento cosiddetto a rischio non pare diminuire, anzi l’età del primo rapporto sessuale si è abbassata notevolmente e l’esperienza sessuale sembra continuare lungo una strada parallela e sommessa rispetto a quella che è definita dal “tutti sanno tutto o possono sapere tutto”. L’informazione cioè non è sufficiente ad indurre una maggiore protezione o ad evitare comportamenti che possano danneggiare.

L’informazione se non passata all’interno di una relazione educativa non assume significato per il soggetto ma rimane cosa che riguarda altri, che non incide sulla sua vita. E i tanti “perché?” che ci vengono presentati nel corso degli incontri con le classi sono segno allora dell’esigenza non solo conoscitiva-informativa, ma di una più ampia necessità di elaborazione psichica, occasione di maturazione e ristrutturazione di tutta la persona, analogamente a quella fase infantile caratterizzata dai “perché”.

La sessualità implica la capacità di sapere quali sono i nostri desideri e bisogni e sapersene far carico in una dimensione relazionale assumendosene anche i rischi, vari, connessi. Implica la capacità, propria solo del sistema adulto, di tenere insieme desiderio e limite.

Le domande sull’aborto o sulla possibilità di fare sesso anche con chi non piace, ricordano che siamo di fronte ad un soggetto che ha iniziato un cammino lungo di riconoscimento di sé e del proprio desiderio.

Le questioni emotivo-relazionali

La modalità dialettica con cui conduciamo i nostri incontri, suscita la richiesta di grande spazio da dedicare alle questioni emotive e relazionali.

Le domande sull’amore, sull’innamoramento e sulla relazione “di coppia” sono numerosissime in particolare negli incontri con i ragazzi più grandi: “L’amore esiste? E cos’è? Dove nasce l’amore? Esiste sul serio? L’amore rende sempre le persone felici? Ho notato, la prima volta che mi è successo che ci si innamora diciamo così spontaneamente allora vorrei sapere quale è il vero motivo, cosa è che porta una persona a innamorarsi veramente?”

La ricerca dell’amore “vero” emerge talvolta esplicita, superando i pudori con cui spesso si cela, rivelandosi congiunta all’aspirazione al bene e alla felicità (“quando senti di poter esser capace di sacrificarti per una persona, quando senti di desiderare ogni bene per lei e di voler raggiungere la felicità (a cui aspira ognuno) insieme a quella persona, puoi dire di AMARE?”), e carica di trepidazione per gli sviluppi futuri (“Come si fa a dimostrare il bene che si vuole ad un altro senza avere paura di rimanere “feriti” quando finirà?”)

Il sesso viene integrato con la altre esigenze della persona, divenendo esso stesso espressione della dimensione relazionale della persona. Lo si coglie anche in modo complesso a partire da contraddittorie esperienze: “Non uso mai contraccettivi, sono una ragazza, ma non ho mai paura di rimanere incinta (faccio sesso sempre con lo stesso ragazzo) ma perché? Ormai l’unica cosa che veramente mi tiene legata al mio fidanzato è il sesso… ho provato a farlo con un altro ragazzo ma ho capito che non è la stessa cosa…è più brutto. Però anche se non è un motivo valido per starci assieme non riesco a lasciarlo. Perché?”.

Tali domande lasciano intravedere non solo tipici comportamenti “a rischio”, che non possono essere modificati con una semplice informazione, come dicevamo sopra, ma anche un’iniziale intuizione che quello che viene chiamato “solo sesso” è evidentemente già qualcosa di più, è un legame riconosciuto come forte, difficilmente risolvibile (“non riesco a lasciarlo”), ed è inoltre un legame con una persona specifica, non intercambiabile (“...con un altro ragazzo... non è la stessa cosa...”). Domande che testimoniano la già iniziale consapevolezza dello spessore relazionale che ha la sessualità genitale.

L’accorgersi allora dell’innamoramento è pieno di trepidazione, che fa andar oltre i pur intuiti rischi di un non rispetto, fino a cogliere con stupore una nuova possibilità di gioia (“come è possibile accorgersi di non esser presi in giro da un ragazzo? (...) Ogni volta che vedo un ragazzo innamorato mi stupisco, mi meraviglio e ne sono lieta.”), oppure fa interrogare sulla possibilità di poter amare veramente (“come si fa ad amare veramente un’altra persona senza sfruttarla?”)

“Esiste amore senza sesso? È possibile il sesso senza amore?”

Queste domande non mancano quasi mai negli incontri con le classi, o così esplicitamente espresse, o come sottofondo di tante altre : allora basta cominciare a parlarne insieme.

La prima più frequentemente è espressa da ragazzi, la seconda dalle ragazze: due approcci diversi ma legati in modo complementare, espressione della insopprimibile differenza sessuale e ricerca esplicita di una relazione reciproca fra sessualità e affettività a partire dai due punti di vista polarmente opposti.

A volte questo rapporto è affermato in modo perentorio ed indiscutibile (“esiste l’amore? Cosa cambia tra fare sesso e fare l’amore? Perché per me sono la stessa cosa...”), a volte invece la sessualità è sentita come ostacolo per l’approfondirsi della relazione, visti i problemi che spesso si incontrano nelle prime esperienze, e nascono talvolta dubbi sull’importanza, data spesso per scontata, dei rapporti sessuali a questa età (“Quanto è importante in questa fascia d’età avere rapporti sessuali in un rapporto di coppia?”). A volte invece la confusione è ancora piuttosto grande, e non c’è segno di rapporto chiaro fra esclusività di coppia e affettività (“è possibile amare veramente e riuscire ad avere rapporti sessuali con altre persone o significa che non è vero amore?”)

In ogni caso l’amore tra uomo e donna è sentito a questa età come una cosa molto importante ed impegnativa, da non dare per scontata nei suoi significati (“Si dice sempre di fare l’amore e non il sesso. Ma “ti amo” è una parola grossa, significa essere capaci di sacrificarsi per l’altra persona. Molti ragazzi lo dicono ma è possibile amare davvero a questa età? O spesso è solo un simbolo per far capire all’altra persona che si è molto legati?”).

Sono significativamente le ragazze ad aver più dubbi sulla possibilità di stabilire delle buone relazioni affettive coi propri coetanei maschi (“un ragazzo è in grado di poter amare quanto una donna, di provare sentimenti profondi e veri? A volte sembrano avere secondi fini, più materiali che spirituali...”). Esse sembrano cariche di timori e poco fiduciose di potersi fidare dell’altro (“ perché il rapporto di coppia fa tanta paura ed è così difficile fidarsi anche e soprattutto in senso fisico, di un’altra persona?”), ma anche senza fiducia nella propria capacità di potersi differenziare da una mentalità che non sentono propria (“La mentalità attuale tende però a dividere l’atto sessuale dalla possibilità di avere un figlio, quindi anche la donna tende a non considerare uniti i due aspetti.”). Questo è un punto particolarmente delicato nel dialogo con le ragazze: quanto loro per prime rinunciano a priori a far presente la loro sensibilità femminile più profonda, adottando il modello sessuale maschile, salvo poi lamentarsi dell’insensibilità dei ragazzi?

Le domande sull’amore e la sessualità sono calate nella realtà della crescita: “Perché bisogna svilupparsi per fare rapporti sessuali? Chi rimane incinta adesso a questa età cosa succede? Puoi amare nell’età dell’adolescenza? Per fare sesso ci vuole un’età adulta per forza o se si è veramente innamorati di una persona si può fare anche ad un’età adolescenziale? Perché mi innamoro così facilmente? Il sesso può essere vissuto come una cosa sbagliata e in questo c’entra il ruolo della famiglia?”

In adolescenza la sessualità è vissuta come scoperta del proprio divenire soggetti autonomi. L’innamorarsi non è esperienza che porta solo emozioni più intense tanto che, alle volte, sono sentite come nuove (“Non mi sono ancora mai innamorata”), è soprattutto l’esperienza di essere soggetti autonomi di fronte ad altri altrettanto autonomi. L’amore non è quello “scontato” di mamma e papà, è l’amore di una persona con cui non si ha ancora legame. È la scoperta di emozioni che nascono spontanee e inevitabili ma che poi possiamo imparare a capire in un dialogo profondo con noi stessi, e che anzi se ascoltate ci danno la possibilità di viverci pienamente per quello che siamo anche negli aspetti dolorosi.

La sessualità e il rapporto con gli adulti di riferimento

“Perché al giorno d’oggi è così difficile parlare di cose come il sesso che sono comunque naturali?”

Frequenti sono le domande sulle “prime volte”, sul “tempo giusto” delle prime esperienze, sulle conseguenze di queste esperienze (“E’ una cosa abbastanza normale che le prime volte che si hanno rapporti con un ragazzo non si raggiunga l’orgasmo? Cioè, non piaccia neanche più di tanto. È normale che dipenda da volta in volta?”), con un sentimento spesso di delusione più o meno profonda da parte delle ragazze, se hanno cercato di adeguarsi semplicemente ad una richiesta del ragazzo, fino ad un senso di rifiuto (“La prima volta che si ha un rapporto è normale essere un po’ delusi, avendo magari aspettative migliori?… Dopo il rapporto è normale a volte non “volere più” il partner intorno?”)

Spesso ci chiedono espedienti che evitino loro di porsi domande troppo ampie (“Gli stupefacenti aumentano la durata del rapporto? L’utilizzo di droghe migliora le prestazioni sessuali?”). Certo non basta dare anche in questi casi solo informazioni tecniche: bisogna andare più in profondità sul loro desiderio di “durata del rapporto”, capire insieme a loro cosa cerchino nelle “migliori prestazioni sessuali”; ed aiutarli a confrontarsi sinceramente con le persone dell’altro sesso, perché certi “miti” vengono allora ridimensionati proprio in tale confronto.

Una cosa soprattutto impariamo sempre più da questa esperienza con gli adolescenti: non è tanto quello che diciamo noi adulti ciò che lascia il segno in loro, ma quanto li accompagniamo nell’affronto delle loro domande più profonde, non solo quelle esplicite, ma anche quelle implicite, che non riescono a formulare loro stessi. I nostri corsi, più che “lezioni”, sono un dialogo di approfondimento, “analisi della loro domanda”, carica di desiderio di realizzazione di sé e di affronto della realtà intera, realtà della propria persona e di un altro in relazione con sé.

Per questo col tempo abbiamo rinunciato a portare noi materiale strutturato, didattico: il percorso didattico è già densamente contenuto nelle domande dei ragazzi, se si dà loro la possibilità di esplicitarle con ampiezza e profondità. Perché così già possono partire da ciò che loro stessi confusamente intuiscono: facciamo spesso loro notare che già dentro di loro hanno ciò che cercano, se appena loro per primi sanno ascoltarsi con serietà: ognuno dentro se stesso, o anche ascoltandosi seriamente fra loro. Ed allora non sentono come “prediche” le nostre parole, perché sono avvertite pescare nella ricchezza e nell’armonia che già è dentro il loro corpo e il loro “cuore”. Non a caso forse un ragazzo ci ha chiesto quest’anno: “testa e valori o cuore e passionalità?”.

È evidente che questi ragazzi chiedono al mondo adulto qualcosa di più che delle “istruzioni per l’uso”.

Di fatto, nei commenti di verifica finale del corso spesso i ragazzi sottolineano la gradita sorpresa di essere stati “presi sul serio” e di essere stati ascoltati e considerati capaci di critica e di valutazione.

Si sorprendono della capacità personale e reciproca di ascolto e dialogo.

Si sorprendono della possibilità di stare di fronte a domande che pongono problema, che non hanno una risposta da manuale, che lasciano il vuoto. Starci di fronte e assumersele. Se non fosse così l’adolescente cercherebbe rifugio nell’agito o nell’assunzione non soggettivata di modelli sociali imposti.

Ma che cosa pensano davvero gli adulti della sessualità e del rapporto di coppia?

Incontri di questo genere, dove l’adulto che volentieri si trincera dietro a verità assunte si pone invece in gioco con la disponibilità anch’egli a porsi domande, portano a farsi domande più ampie che prendono dentro anche la vita di coppia adulta, segnata e mortificata dall’esilità dell’investimento ma comunque ancora perseguita nella nostra società come spazio di realizzazione individuale e sociale.

Che modello dell’amore poniamo alla base dei nostri interventi educativi e clinici? Ha senso porsi delle domande su come stiamo affrontando socialmente le vicende della coppia e della famiglia? Ha senso interrogarsi sui nostri interventi clinici che spingono nella maggior parte dei casi alla cura dell’individualità?

Il problema è vasto ed ha una dimensione culturale ed etica ampia, che a volte (raramente) viene colta dai ragazzi stessi, con domande che chiedono come poter conciliare due istanze (quella del desiderio e quella morale) poco comunicanti nella nostra cultura giovanile (“Come si fa a superare il disagio che si crea tra moralità e il desiderio? (non so se sia chiaro ciò che intendo)”, specificando anche le situazioni in cui tale dilemma si è presentato (“è “umano” avere un rapporto finalizzato solo al sesso? Secondo lei è immorale farsi più ragazze nella stessa sera in discoteca, preferibilmente ubriaco?”).

Ci siamo sentiti chiedere una volta quest’anno anche questo: “Secondo voi è più opportuno seguire ciò che la chiesa consiglia vietando il sesso prematrimoniale oppure potrebbe essere utile e bello per conoscersi o per altre motivazioni? Potreste specificarmi queste motivazioni? Ci sono motivi per cui è sconsigliabile?”

Una domanda del genere, indipendentemente dalla fede religiosa che uno può avere, è una bella sfida che viene fatta alla nostra generazione adulta, di saper rendere ragione di valori radicati nella nostra tradizione etico-culturale!

Forse la sfida più grande è ritenere che ad ogni età sia possibile essere persone capaci di amare l’altro per il tempo e la condizione data, ma con grande dignità e spessore umano.

Ci ha scritto un ragazza:

“Ciò che mi fa più paura è il mio desiderio di sentirmi accettata per quello che sono, forse perché non ho fiducia in me stessa e commetto molto spesso l’errore di credermi inferiore agli altri, perché ogni giorno sono costretta a confrontarmi con persone migliori di me, che probabilmente giudicano il mio modo di essere, accrescendo in me il timore che, per quanti sforzi io faccia, non riuscirò mai ad essere come voglio.

A volte mi sembra di mentire a me stessa, fingendo di essere diversa, più socievole, estroversa, interessante, ma la verità è che le delusioni che ho subito, mi fanno sentire insicura e sola.

Mi sto accorgendo proprio ora di quante volte ho cercato di cancellare questi sentimenti per non essere soffocata, ma credo che l’unico modo per riuscire a farlo sia affrontarli e rendermi conto che anch’io, forse valgo qualcosa, ma non so da che parte incominciare”.

Gli adolescenti, con l’irruenza e la provocazione, ci lanciano sempre un appello chiaro: entrare in relazione, dare voce ai loro desideri, avvertire che ciò che portano con sé, la loro vita, la loro richiesta affettiva, è importante prima ancora di ogni pensiero giusto preconfezionato. Questa è la nostra responsabilità, che, a volte, lascia tracce significative.

“Quando penso al mio futuro, mi piace osservare mia mamma, con quale amore aiuta me e mio fratello e mio papà che, al ritorno dal lavoro aiuta mia mamma. Questo mi fa pensare al mio futuro: io, mio marito e i miei figli…”.

Guido Banzatti è psicologo psicoterapeuta, socio della Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione (SIPRe), specialista in psicoanalisi della relazione di coppia.

Maria Boerci è medico specialista in Ginecologia e ostetricia, terapeuta in sessuologia, docente presso il corso di laurea in Ostetricia dell’Università Statale di Milano.

Roberta De Coppi è psicologa psicoterapeuta. Specializzata in terapia della coppia, si interessa di tematiche riguardanti la relazione e la sessualità.

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