Psicologia e criminologia - Violenza e Dolore

psicologia, psicoterapia, abuso sessuale, Violenza sulle donne

Introduzione e breve excursus storico-psicologico del concetto di aggressività e violenza.

 

L’idea di fondo che mira a fare da filo rosso alla seguente relazione è quella di dare una lettura interpretativa, senza troppe irraggiungibili pretese, che sia un po’ il percorso del sentiero tortuoso (meglio, dei sentieri) che collegano psicologia (principalmente la psicologia dinamica, ma non solo e necessariamente questo ramo) e la scienza criminologia.

Cercherò di dare una lettura di alcuni casi di reati violenti e cercherò di comprendere se, per i dati in mio possesso e quelli a mia volta indagati, la teoria della Violentizzazione di Lonnie Athens possa essere un’utile chiave di lettura.

L’altro autore di riferimento principale nella riflessione sarà Felicity De Zulueta, che come vedremo poi, dà una sua interpretazione dell’evoluzione della personalità violenta che si distacca dalla tradizione psicoanalitica classica, cui lei appartiene. Nel suo Dal dolore alla violenza. Le origini traumatiche dell'aggressività 1999, Felicity de Zulueta propone una tesi interessante su questo tema; la violenza come prodotto di un trauma psicologico e dei suoi effetti sui bambini di ogni età e sugli adulti. Da sempre la violenza costituisce una delle più potenti spinte alla disgregazione nella vita degli individui e nelle collettività. Le sue origini biologiche, psicologiche e sociali sono in parte note, ma non si era teorizzata un’ indicazione di una gerarchia o di una particolare organizzazione di queste concause.

Una rassegna dell’evoluzione dell’ interpretazione psicoanalitica dell’aggressività farà un po’ da cappello e si incastrerà, spero, con la presentazione dei casi e la riflessione sugli stessi.

Aggressività deriva dal termine latino “ad gradior” che ha il significato di “dirigersi verso”,  “andare contro”, ma anche “andare incontro” cioè verso attribuendogli così un significato positivo,  diventando la condizione che consente di allacciare rapporti sociali affettivi e di amicizia.  I primi studi sull’aggressività hanno inizio negli anni trenta e si sviluppano nel corso di tutto il ventesimo secolo con diverse teorie che portano ad un concetto interpretativo piuttosto che descrittivo del termine aggressività. Attualmente gli psicologi sono giunti ad una definizione neutra del termine, intendendo per aggressivo qualsiasi comportamento che intenzionalmente procura danno a qualcuno, danno che non necessariamente deve essere visto sotto il profilo fisico, ma che molto spesso è anche solo di natura psicologico-emotivo. Così introduciamo una variabile nel comportamento aggressivo che è la violenza. Infatti possiamo avere una condotta aggressiva (due bambini che giocano ed uno spintona l’altro) ma non violenta per cui possiamo dire che può esistere un comportamento aggressivo non violento, ma non può esistere una forma di violenza senza aggressività. Infatti con il termine violenza si intende una forma di aggressività che assume nel suo evolversi l’intento di arrecare danni alla vittima. La componente violenta è accessoria in quanto può esservi una forma di aggressività priva di violenza ma non vi può essere una forma di violenza senza aggressività. Ai fini criminologici è necessario inoltre proporre una distinzione nel comportamento aggressivo ai fini di identificare anche la natura (e quindi le responsabilità) del delitto compiuto. Infatti un comportamento violento esercitato nei confronti di una persona a reazione di una precedente forma di aggressione, o a difesa della propria incolumità è ben differente da un comportamento di attacco mosso da un impulso di rabbia, ed è ancora diverso da un comportamento predatorio agito per il compimento di una rapina, o dal comportamento che esita in una violenza carnale – con o meno l’uso di violenza fisica-. Nel primo caso avremmo un comportamento aggressivo difensivo, mosso dall’istinto di conservazione-sopravvivenza con una valenza anche di natura etico-morale prevalentemente positiva,  nel secondo caso avremmo un comportamento aggressivo ostile o emotivo, mosso da un impulso incontenibile contraddistinto da forte emotività origine anche di azioni inconsulte che possono sfociare in delitti d’impeto (si pensi all’omicidio preterintenzionale ove un soggetto nel corso di un diverbio, accecato dall’ira perde il controllo e colpisce violentemente il proprio interlocutore facendolo cadere a terra e facendogli battere la testa con esito mortale) , nel terzo caso invece ci troviamo di fronte ad una aggressività strumentale per il compimento di una azione esclusivamente delittuosa o comunque di forte sopraffazione: si pensi ad esempio ad una rapina ma anche al più frequente e dilagante fenomeno del bullismo o anche ai fenomeni di stalking o mobbing dove è prevalente se non esclusiva la componente emotivo-psicologica piuttosto che la componente fisica. In definitiva l’aggressività in termini di comportamento può manifestarsi con modalità fisiche, esempio le percosse, psicologiche esempio il mobbing, o psico-fisiche quali le violenze sessuali, tenendo presente che un po’ come il rapporto aggressività-violenza, anche nella relazione comportamento aggressivo con modalità fisiche e comportamento aggressivo con modalità psicologiche, un comportamento aggressivo-fisico contempla sempre una componente psicologica, mentre un comportamento aggressivo psicologico non necessariamente si evolve in una aggressione di natura materiale. 

 

Un po’ di storia…

Freud ha  visto nell’aggressione la manifestazione di un innato ed istintuale tratto dell’uomo, che molto avrebbe perso nel corso del normale sviluppo.   La  successiva evoluzione della teoria freudiana , che esiterà nella teoria di Melanie Klein,  chiama in campo l’energia di vita dell’uomo (eros) e l’energia distruttiva o di morte dell’uomo  (thanatos) che si confrontano alla ricerca di un equilibrio; così la violenza è la manifestazione del thanatos da se stessi verso altri. In una visione pessimistica del genere umano, si sostiene che al corredo pulsionale dell’uomo occorre attribuire anche una buona dose di aggressività, con la conseguenza che l’uomo stesso vede nel prossimo non solo un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma  anche un qualcosa su cui poter  sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo, ucciderlo.   Nello stesso periodo in cui Freud formula la sua teoria,   Alfred Adler, pubblica i suoi studi  su un volumetto intitolato “Studi sull’inferiorità organica”, nel quale tratta aspetti indipendenti dalle idee freudiane. Adler sviluppa con sistematicità l’idea dell’inevitabile presenza nel corpo dell’uomo di un “organo più debole”, implicato spesso nell’insorgenza della malattia. Questa presenza dell’organo debole attiva dei processi compensativi. La matrice di partenza è biologica, lo studioso propone in modo deciso il salto nello psichico; rileva come in soggetti portatori di inferiorità organica si possano osservare movimenti compensatori che plasmano la personalità e influiscono sulle scelte di vita: accade che portatori di disturbi dell’udito siano divenuti valenti musicisti, soggetti con problemi alla vista abbaino scelto di dedicarsi alla pittura, balbuzienti che siano diventati oratori. Concentrandosi sull’organo inferiore si avvia il processo di compensazione che può permettere un funzionamento soddisfacente, tale da pervenire talvolta, a livelli di superiorità. In questa dinamica Adler individua il nucleo della dinamica nevrotica.

 Qualsiasi posizione di inferiorità produce una spinta al superamento dell’inferiorità stessa e così l’aggressività viene agita per compensare un sentimento di inferiorità sentito dalla persona,  presupponendo che la pulsione sia l’effetto di un brutto rapporto con l’ambiente e che l’aggressività sia una strategia estrema dell’individuo finalizzata alla realizzazione di se stesso.  Su questo tema Anna Freud sviluppa il pensiero del padre introducendo una forma  di comportamento difensivo che si manifesta contro forme di aggressività vissute in modo traumatico. Tale meccanismo difensivo, denominato Identificazione con l’Aggressore, si esprime in modo evidente nel bambino vittima di un’aggressione, ma lo si può rinvenire anche nei comportamenti degli adulti. Attraverso l’identificazione con l’aggressore  il soggetto si difende da un atto aggressivo riproducendolo in forma simbolica nel gioco (nel caso del bambino) o attraverso l’agito e il sintomo (anche negli adulti) permettendo così una reiterazione del trauma subito, capace nel tempo di renderlo accettabile alla coscienza  (qui non avrebbe senso trattare quello che è stato l’argomento della mia tesi, ossia “La correlazione tra l’abuso sessuale in infanzia e lo sviluppo di disturbi alimentari in adolescenza ed età giovane adulta”, ma anche questo legame , tra abuso e sintomo anoressico-bulimico -non solo nell’ottica dell’evoluzione longitudinale, del Ptsd, ma anche come estremo tentativo di salvarsi col sintomo-, si presta bene a spiegare il tentativo di ricostruire un’ integrità accettabile, ovvero sparire per non essere, mai più, possibile vittima, o ancora annullare le caratteristiche sessuali che hanno resa vittima, attraverso il sintomo, fino alle’strema mortificazione del corpo).

 Dall’elaborazione del pensiero di Abraham sui primi stadi di sviluppo infantile ed in particolare sulla fase sadico orale prende corpo la teoria formulata da Melanie Kleine la quale da ampio risalto al ruolo che hanno gli impulsi distruttivi presenti nel bambino fin dall’inizio della sua vita; tali impulsi rappresenterebbero la proiezione verso l’esterno di una aggressività innata  ove le  precoci esperienze di frustrazione possono associarsi ad un aumento delle pulsioni sadiche. Principio della  teoria kleiniana è la presenza di una precocissima distruttività, di fantasie arcaiche di sadismo orale, uretrale, anale, di distruzione e di annientamento, dalle quali bambino stesso deve proteggersi per non autodistruggersi. Non potendo sviluppare, specie in età neonatale,  esperienze relazionali capaci di contenere le fantasie aggressive-distruttive, e dovendo proteggersi da queste, il bimbo e - poi l’adulto - saranno portati a proiettare l’aggressività e la distruttività verso l’esterno di sé: sono gli altri ad essere aggressivi e distruttivi, rappresentando di fatto una minaccia. Si tenta, così, di dare una prima spiegazione al perché alcune persone si macchiano di  crimini violenti. 

Otto Fenichel afferma l’esistenza di una aggressività pulsionale innata,  infatti nel suo “Trattato di Psicoanalisi delle Nevrosi e delle Psicosi”  afferma: “Naturalmente non si può negare l’esistenza e l’importanza degli impulsi aggressivi. Ma non possiamo provare che essi sempre e necessariamente appaiono per l’esteriorizzarsi di esigenze autodistruttive ancor più antiche. Forse l’aggressività, in origine, non era uno scopo istintivo in sé, caratterizzante una categoria di istinti, in contraddizione con altri, ma piuttosto un modo di lottare degli scopi istintivi contro disillusioni, o perfino spontaneamente. E’ tanto probabile tentare di raggiungere la meta tramite la distruzione quanto più primitivo è il livello di maturazione dell’organismo, forse a causa di una tolleranza delle tensioni insufficientemente sviluppata."

Credo sia possibile interpretare queste sua parole dicendo che, per Fenichel,  l’aggressività non è primaria bensì finalizzata alla ricerca di autostima e alla soddisfazione di bisogni e desideri. Essa si è sostituita ad altri comportamenti adottati in passato dimostratisi inefficaci oppure dal momento che la persona a causa di una specifica storia evolutiva, non possiede altri “strumenti comportamentali” che non siano quelli aggressivi. 

Un’ importante lettura arriva da Spitz, autore di interessanti studi sull’interazione fra madre e bambino e delle conseguenze rivenienti dalla deprivazione materna, in particolare modo entro i 6 mesi di vita, e l’insorgere della depressione anaclitica (per mancanza di appoggio). Sptiz ritiene l’aggressività una pulsione assimilabile alla libido, fondamentale nella costruzione dell’oggetto e delle relazioni con esso. In questa dinamica la pulsione aggressiva e quella libidica concorreranno ad un “rapporto oggettuale” sano.  Il sentimento di diniego, funge da collante al comportamento aggressivo, che matura nel bambino attraverso la possibilità di dire No e quindi attraverso la possibilità di organizzare la propria aggressività, evitando la scarica disorganizzata. Per quanto riguarda gli studi più recenti sull’aggressività troviamo il lavoro di Heinz Hartmann, esponente di spicco  della scuola della psicologia dell’Io, che fa capo ad A. Freud,  che parla di pulsione aggressiva e di una libidica, le quali entrambe partecipano allo sviluppo della personalità. Per l’autore la possibilità di agire o meno in modo aggressivo dipende dalle capacità dell’io di neutralizzare le spinte aggressive attraverso l’altra forza pulsionale della libido, inquadrando così l’aggressività all’interno di una teoria bipulsionale, come da ultima teorizzazione freudiana. Importante contributo al tema è stato fornito anche da Heinz Kohut, studioso del narcisismo fondatore della corrente americana della psicologia del sé. Secondo Kohut requisito fondamentale per un sano sviluppo emotivo dell’individuo è il rispecchiamento empatico madre – bambino, la sua approvazione ed ammirazione, fattori che permettono la trasformazione dell'investimento narcisistico del Sé grandioso ed esibizionistico (arcaico),  in modo tale da poter integrare la grandiosità e l'esibizionismo arcaici nel resto della organizzazione psichica: "Io credo che la distruttività umana, come fenomeno psicologico, sia secondaria; che essa sorga originariamente come fallimento da parte dell'ambiente oggetto-Sé (la madre) di venire incontro ai bisogni empatici ottimali da parte del bambino". Per cui il fallimento della relazione con la madre provoca una ferita narcisistica che si esprime attraverso l’aggressività finalizzata alla distruttività e sarà tanto più violenta quanto più vi è un investimento sul proprio io narcisistico. Quindi primitive manifestazioni difensive di odio, aggressività rabbia in occasione di ferite narcisistiche possono portare al compimento di gravi gesti sfocianti anche in delitti di notevole entità.  Un contributo determinate allo studio del trauma e delle origini della violenza da una rielaborazione delle teorie di Corner sulle relazioni oggettuali, di Bowlby sulla teoria dell’attaccamento  e di Kohut, vengono, appunto, da Felicity De Zulueta  la quale contesta l’origine istintuale dell’aggressività, sostenendone invece la natura ed il valore socio culturale.  Nel suo lavoro De Zulueta mette in evidenza l'importanza delle relazioni interpersonali, in particolare di quelle precoci, nel determinare il modo in cui percepiamo noi stessi e ci comportiamo gli uni con gli altri. Viene così individuata l'origine di molti comportamenti violenti nella perdita precoce di relazioni di attaccamento significative (Vedi Bowlby, ma anche Liotti –che è un cognitivista e non uno psicoanalista, ma giusto ieri -31/3/07- ad un convegno a Milano, gli sentivo dire di questi temi), nella deprivazione affettiva, in maltrattamenti subiti durante l’infanzia, così che l’aggressività rappresenterebbe un comportamento di risposta a traumi affettivi da attaccamento (abbandono, maltrattamenti, abusi, etc). I traumi affettivi toglierebbero sicurezza affettiva al soggetto, che reagirebbe con una aggressività celante un sentimento di paura, trasformandosi da vittima in aggressore.   Piuttosto articolata la teoria proposta da Donald Winnicott, secondo cui l’aggressività dell’individuo allo stadio neonatale, ancora privo di personalità, esprime i suoi sentimenti di amore e odio attraverso l’aggressività. Dall’aggressività promana dapprima in un sentimento di amore istintuale, l’appetito, che in seguito si trasforma in rabbia, e che cresce durante l’eccitazione. Nel bambino l’aggressività si manifesta attraverso la ricerca spasmodica del seno materno e quindi nella poppata, ed è proprio nell’esercizio della poppata che il neonato comincia ad elaborare meccanismi di inibizione al fine di limitare, verso l’oggetto che ama, i danni.  Per l’autore l’aggressività ha così due significati: uno di reazione diretta ed indiretta alla frustrazione, l’altro di fonte di energia dell’individuo, energia che si esprime nella prima infanzia in continui movimenti che producono al soggetto un certo tipo di piacere muscolare; è attraverso questo ultimo aspetto specifico che avviene lo sviluppo del bambino, sulla base del suo procedere dal semplice movimento ad azioni che esprimono collera o stati che denotano odio e controllo dell’odio.  Winnicott sosteneva con fermezza che la mamma deve odiare il proprio bambino, perché solo così il bambino potrà a sua volta render la madre oggetto del suo odio, e verificare che questo non potrà distruggerla. Creerà così l’equilibrio interno amore- odio e loro espressione. Otto Kernberg, oltre a contrapporsi alla teoria formulata da Kohut sul narcisismo, ha rielaborato l’interpretazione psicoanalitica delle pulsioni,  proponendo una integrazione delle teorie sugli affetti e delle relazioni oggettuali.  In una visione di compromesso Kernberg attribuisce alle pulsioni il ruolo di "accentuare gli aspetti superficiali del funzionamento inconscio (il ruolo dell'adattamento e la realtà) e di minimizzare la consapevolezza degli aspetti perturbanti dell'odio primitivo e della natura primitiva della precoce fantasia inconscia erotica e sadomasochistica", mentre gli affetti hanno un ruolo di grande importanza per la comunicazione fra madre e bambino. E’ grazie alle prime esperienze di vita e a due qualità innate fantasticare e memorizzare, che l’individuo sviluppa due pulsioni basilari allo sviluppo della rappresentazione di sé e dell’oggetto (che in seguito si trasformerà in una struttura tripartita in Es, Io e Super Io): una di vita ed una di morte che si esprimerà attraverso l’aggressività. Dal versante cognitivista,se non cognitivo-comportamentale, la teoria  denominata “Social Learning” suggerisce che i prodotti di un comportamento sono strettamente legati alle sue conseguenze. Quando al comportamento adottato fa seguito un risultato sperato o comunque positivo, quel comportamento viene rinforzato, creando i presupposti perché si ripeta; quando invece il comportamento  è seguito da  una conseguenza avversa o indesiderata, quel comportamento è punito riducendo quindi le probabilità di reiterazione. Per  Albert Bandura l’aggressività non è una tendenza innata, ma è appresa attraverso un processo definito “modello di comportamento”. Secondo questa teoria gli individui, ed in particolare modo i bambini, imparano la risposta aggressiva attraverso l’osservazione delle persone, dei media, e  dell’ambiente.  In tale contesto la famiglia è considerata il principale esempio di  “modello di comportamento”, ove il bambino apprende le stesse tattiche aggressive che vede impiegare dai propri genitori verso gli altri. In questo modello , l’aggressività è vista come comportamento appreso. Così si può affermare che attraverso l’osservazione noi possiamo imparare le conseguenze di un comportamento, come è fatto, a chi dovrebbe essere diretto, quali elementi lo giustificano, e quando è appropriato . Questa teoria da sicuramente spunti interessanti, ma è solo parzialmente estendibile ai comportamenti violenti “organizzati” e ancora meno fornisce una chiave interpretativa che possa dare indicazioni sul “recupero” degli attori violenti. Ma del resto, non credo fosse questo lo scopo di Bandura, quando fece le sue teorizzazioni in merito. Anche l’etologia ha dato il suo contributo al fine di delineare i nuclei del comportamento aggressivo. L’etologo  Konrad Lorenz, forse il più noto studioso del comportamento animale, ha dedicato un intero libro all’aggressività  dall’emblematico titolo “Il cosidetto male”, osservando che si possono distingue due generi di aggressività : quella interspecifica, manifestata nei confronti di specie diverse, quella intraspecifica manifestata fra individui della stessa specie. L’autore riconosce che l’aggressività animale ha un aspetto adattativo,  che  emerge da una necessità biologica, la sopravvivenza  propria e della specie e che tale istinto si è poi evoluto assieme all’uomo. Il punto però che mentre negli animali l’aggressività è tenuta sotto controllo da meccanismi inibitori, nell’uomo l’evoluzione culturale ne ha vanificato i meccanismi di autoregolamentazione, senza però preparare nuovi controlli. Lorenz sostiene che l’istinto   dell’aggressione è innato, nell’essere umano, mentre il suo modo di espressione è influenzato dall’esposizione e dall’interazione con l’ambiente.    In un libro intitolato “L'aggressività”, Lorenz si sforza invece di liberare il problema dalle sue componenti emotive e ideologiche e di rintracciare le origini filogenetiche dell'impulso aggressivo, di chiarire le sue condizioni, di classificare le sue manifestazioni. Appare così come l'aggressività — in modo simile agli altri tre istinti citati— sia innata, tragga origine dalla storia naturale della specie: l'ambiente infatti non può né sopprimere né creare questi istinti, può soltanto esercitare su di essi un effetto relativo di potenziamento o di inibizione. L'aggressività, in realtà, lungi dal presentarsi come un fenomeno patologico o un  «male», si caratterizza come una disposizione normale presso tutte le specie viventi. La teoria di un istinto guida per l’aggressione suggerisce che essa cresce nel tempo, alimentata dalle emozioni o da   processi mentali, ed è conseguentemente scaricata da un processo di catarsi , il quale  apparentemente  ne guida il deflusso.  Ricerche empiriche, inclusi studi sulla fisiologia, non confermano questa forma di “compensazione idraulica”  della teoria dell’energia aggressiva.    Inoltre antropologi ad altri scienziati sociali hanno trovato significative differenze sia nella natura che nel livello di aggressività nelle differenti culture, e ricerche  sperimentali hanno dimostrato che l’aggressività può essere manipolata dall’ambiente. Entrambe le scoperte muovono contro un universale istinto dell’uomo o, se si preferisce, di determinismo psicologico.

Fra l’altro se accettassimo come esclusive le teorie biologiche o istintuali non riusciremmo a spiegarci le differenti percentuali differenziali di comportamento violento fra gruppi sociali diversi. Da aggiungere poi che le polemiche fra osservazioni sperimentali che dimostrano la “naturalità” e dunque l’immodificabilità e bontà del comportamento aggressivo e quelle che documentano il contrario paiono un poco ingenue, dato che se l’uomo non è certo una creatura sublime, ma è –anche- un animale, non si può negare che nelle sue spinte ad agire intervengano pure variabili diverse da quelle biologiche. Se poi come sembra dalla disamina delle varie ricerche sul comportamento animale, animali diversi si comportano differentemente, possiamo ben immaginare quanto poco siano applicabili all’uomo le osservazioni fatte sugli uccelli o sui normali scimpanzé, benché più affini geneticamente agli umani.

Come accennavo all’inizio un contributo pregiato allo studio degli attori di reati violenti (omicidi, serial killers, ma non solo..), ci viene dalle ricerche di un criminologo americano, L. Athens. Athens, dopo aver subito nell’infanzia le violenze del padre, si è laureato in criminologia all’University of California a Berkeley nel 1975. Ha condotto le sue ricerche nei carceri d massima sicurezza dello Iowa, della California e di altri stati degli USA. In  The Creation of Dangerous Violent Criminals (1992) , per la prima volta porta alla luce le sue ipotesi che ben si organizzeranno in quella che è definita teoria della violentizzazione. Sempre da oltre oceano, un sociologo, Prior Douglas, nel suo Unspeakable Acts. Why men sexually abuse children, ci da una serie di casi clinici di ex detenuti, fatta eccezione per pochi casi, ancora incarcerati, accusati e condannati, per reati a sfondo sessuale su bambini, molti sono reati intrafamiliari.

Douglas nell’introduzione al libro, si dice convinto che chiedere a chi si è macchiato di tale reato e abbia accettato la sua responsabilità, sia il solo modo per capire come e perchè gli uomini (non narra di casi di donne, attivamente coinvolte nel reato) abusino di bambini, quali siano le ragioni che li spingono a oltrepassare la linea e fare “confusione delle lingue”, confondendo, per dirla con Ferenczi, “ il linguaggio della passione e il linguaggio della tenerezza”, quali i motivi che portano un padre ad amare la figlia in quei modi che hanno come conseguenza tutto tranne che la sicurezza che l’essere amato trasmette, quali le dinamiche che li portano a convincersi che siano i bambini a   desiderarlo e a sedurli, e che in fondo non sia nulla di male. Il solo modo per capire, comprendere forse, è elaborare strategie che evitino se non altro la recidiva, ben consapevole come tutti noi, che non si può fare prevenzione primaria, con i soggetti che finiranno col diventare pedofili, stupratori, abusanti sessuali, nel senso più ampio del termine.

Ma torniamo ad Athens. Egli parla della violentizzazione progressiva dell’individuo dovuta ai soprusi subiti da piccolo ma non solo. Basta anche essere testimoni di fatti brutali per reprimere la rabbia e trasformarla in una sorta di desiderio di vendetta. Persone che passano da una bassa stima di sé, perché magari non hanno saputo reagire sul momento, approdano con il delitto o la violenza a una esagerata stima di sé.

Perché una persona compie il male? Predisposizione, infanzia, traumi, educazione, società? Nel caso dei serial killer la disgregazione della famiglia è un fattore che facilita l’emergere di una situazione deviante. Ma non basta.

Non esiste una predisposizione a diventare omicida seriali, così come non esiste per diventare pedofili o stupratori (o padri, cugini, zii abusanti, che non sono né pedofili, né stupratori a mio vedere, ma costituiscono una peculiare categoria a sé- senza voler con questo cadere nelle concezioni della Labelling Theory), ma si entra nella categoria attraverso un lungo percorso che comincia nell’infanzia, con i primi traumi e le prime angosciose situazioni da superare. Si innescano le prime perversioni (torture ad animali, ad esempio, come vedremo poi in uno dei casi riportati) che si stabilizzano con il tempo e che fanno in modo che un soggetto maturi con disposizioni psichiche molto particolari. Sono quadri psicologici tali, che difficilmente si può escludere la psicopatologia, fino alla psicopatia. Ovviamente, lo sottolineo per precisione, personalità patologiche spesso anche in comorbidità con diagnosi in Asse I, del DSM, non escludono necessariamente la capacità di intendere e volere.

“La gente ha bisogno di credere che questi personaggi siano diversi, malati, uno sbaglio della natura”, afferma Ugo Fornari, neuropsichiatra che ha curato la perizia di alcuni tra i più efferati criminali seriali italiani. “Ma non è così. Salvo rari casi essi non sono né mostri né folli. Il loro modo di agire richiede una programmazione e una capacità di sfuggire alle indagini che è incompatibile con la malattia mentale”.

Dottor Jekyll e Mr Hyde. Si nascondono tra la gente comune. A volte hanno una doppia vita: buoni mariti, fidanzati premurosi, lavoratori instancabili; ma tolta la maschera, diventano belve feroci e irriconoscibili.

Alcuni sono straordinariamente intelligenti, altri addirittura conversatori brillanti.

Le fasi della violentizzazione sono riassumibili in 4 steps, secondo la teoria di Athens:
1) brutalizzazione: il bambino viene costretto con la violenza (o con la minaccia di violenza) a sottomettersi a una figura aggressiva e autoritaria; questa brutalizzazione lascia la vittime «profondamente turbate e disturbate»;

2) belligeranza: il soggetto, in difficoltà con sé stesso e con il mondo, determinato a evitare ulteriori brutalità, decide di imitare il proprio aguzzino e di ricorrere alla violenza;

3) prestazioni violente: la risposta violenta ha successo, e il soggetto coglie il rispetto e la paura nello sguardo degli altri, che ora «lo trattano come se fosse letteralmente pericoloso. Agiscono nei suoi confronti con molta più cautela, prestando particolare attenzione a non offenderlo o provocarlo in alcun modo»;

4) virulenza: la malevolenza diventa una decisione e una scelta, il soggetto «è pronto ad attaccare fisicamente le persone con l’intenzione di ferirle gravemente o di uccidere alla minima provocazione»; può scoprire «di essere diventato un compagno benvenuto e ambito in gruppi per i quali avere una reputazione violenta è un requisito sciale necessario».

La prima di queste, definita brutalizzazione, è composta da tre esperienze più elementari: la sottomissione violenta, l’orrificazione personale, e l’addestramento violento. Tutte e tre implicano, ciascuna a modo suo, che una persona subisca un trattamento aspro e crudele per mano altrui e che questo produca un impatto durevole e radicale nel prosieguo delle loro vite. Nel dettaglio la sottomissione violenta avviene quando alcune figure di fiducia o particolarmente autoritarie, appartenenti ad uno dei gruppi primari del soggetto, usano la violenza o costringono il soggetto a sottomettersi alla loro autorità (es. la coercizione). Nell’orrificazione personale, invece, il soggetto non subisce direttamente una sottomissione violenta ma testimonia alla somministrazione di questo trattamento ad un’altra persona membra, anch’essa, del suo gruppo primario (es. parente o amico molto stretto). Infine, nell’addestramento violento al soggetto viene assegnato il ruolo di novizio violento da parte di una persona facente parte del suo gruppo primario il quale, generalmente in maniera informale ed implicita, lo stimolerà continuamente a generare una condotta violenta. Proprio al termine della prima fase, il soggetto – secondo quanto esposto da Athens - rimane profondamente turbato, disturbato ed ansioso di sapere il motivo di tale trattamento; esso si convince progressivamente dell’esistenza di un futuro gravido di rischi verso cui lui si sente impotente ed umiliato. In tale fase, infatti, definita della belligeranza, l’individuo così a lungo brutalizzato sceglie di adottare una soluzione che, per quanto ancora condizionata dal fatto di commettere atti di grave violenza solo in reazione ad eccessive provocazioni, attende ora solo il momento del passaggio all’atto.  Da un punto di vista psicoanalitico credo che A. Freud porrebbe alla base di questa azione il meccanismo (che è difensivo, in senso stretto) dell’Identificazione con l’aggressore. Questo, allorché accadrà, condurrà sicuramente il soggetto ad una serie di conflitti che non segneranno ancora il passaggio alla fase successiva, quella definita della <prestazione violenta>, fin tanto che l’individuo stesso non comprenderà appieno il significato del proprio successo. Il rispetto, il timore e la celebrità che tali azioni comporteranno per il soggetto cronicizzeranno infine la scelta di tale modalità comportamentale finché il  passaggio ad una risoluzione violenta, non più mitigata, segnerà il passaggio definitivo all’ultima delle quattro fasi della violentizzazione: la virulenza. Il soggetto, in tale momento è pronto ad attaccare fisicamente le persone con l’intenzione di ferirle gravemente o di ucciderle alla minima provocazione, divenendo così un criminale ultraviolento.
Ogni fase, spiega Athens, «descrive le esperienze sociali che le persone devono attraversare prima di poter accedere alla fase successiva dello sviluppo della violenza».
Quattro sono le possibili tipologie di interpretazione delle situazioni violente che sono state identificate da Athens. La prima di queste prevede, nel dettaglio, che un attore violento formi un’interpretazione di tipo difensivo – c.d. di difesa fisica - interpretando inizialmente l’atteggiamento della vittima come il prodromo (o l’avvio) di un attacco fisico e convincendosi poi della necessità di una risposta di tipo aggressivo. Ciò pare principalmente dettato dal fatto che il soggetto vede la forza come l’unico mezzo per impedire che un’altra persona infligga danni fisici a lui o ad un’altra persona a lui intima. Il secondo tipo di interpretazione viene invece definita dal ricercatore come frustrativa poiché dettata dalla resistenza o dal ripetuto tentativo di convincimento da parte della vittima alla cooperazione; in tale modo l’emozione predominante del perpetratore è quella della rabbia dovuta alla frustrazione delle sue originarie intenzioni. L’interpretazione malefica deriva viceversa da una valutazione ribaltata della vittima, ovvero come colei che lo sminuisce o lo offende; essa viene considerata malvagia e pertanto punibile solo con un’azione di tipo violento. L’emozione predominante in questo caso è l’odio. Infine esiste il tipo c.d. frustrativo-malefico che combina le caratteristiche delle due precedenti classificazioni. La resistenza frustrante o l’insistenza della vittima porta il perpetratore a concludere necessariamente che la vittima stessa sia malvagia o malefica e meritevole, di conseguenza, di una risposta violenta. Ovviamente non è detto che tutti coloro che effettuano tali tipi di interpretazioni portino a compimento l’impetuoso atto criminale: Athens propone perciò tre possibili linee di sviluppo. La prima, definita linea fissa di indicazione, è vista come una sorte di tunnel dalla quale il perpetratore, effettuata un’iniziale interpretazione violenta della situazione, non riesce ad uscirne se non attraverso un’azione ugualmente brutale. La seconda possibilità è sostanzialmente un giudizio di contenimento: l’attore violento ridefinisce la situazione e, sulla base della nuova definizione, riesce a decidere di agire in modo diverso lasciando cadere il piano d’azione aggressivo precedentemente formulato. Infine il terzo possibile sviluppo è un giudizio sovrapposto ed avviene qualora un attore considera momentaneamente di non mettere in atto il piano di azione violento, formando di fatto un giudizio di contenimento, per poi ridefinire la situazione e giudicare che questa richieda assolutamente un’azione impetuosa.

Athens conclude col dire che, nelle situazioni violente studiate, i soggetti hanno sempre considerato, deciso e scelto quando e dove agire in modo aggressivo interpretando le situazioni con paura, rabbia o addirittura odio al pari di chiunque altro; tuttavia gli attori violenti differiscono da questi nel fatto di decidere di agire in modo violento. La chiave di tale teoria sembra dunque sussistere ora in quel processo decisionale, antecedente alle interpretazioni, che porta le predette persone a conclusioni tanto diverse. Athens imposta la spiegazione di tale sviluppo sul presupposto che “le persone sono ciò che sono per il risultato delle esperienze sociali significative vissute nel corso delle proprie vite” ma anche che “le esperienze sociali si costruiscono spesso sulla base delle precedenti esperienze in modo tale da farne intuire un determinato processo di sviluppo”.  Molti  psichiatri, invece, fanno risalire tutto a fattori psicologici e all’ambiente di vita e di crescita del soggetto. “Anche se è difficile generalizzare, nella loro esistenza ci sono delle costanti. Alcuni sono stati maltrattati e abusati da bambini. Tutti quanti hanno un passato freddo e vuoto oppure un’infanzia priva di calore e di sentimenti”, assicura Fornari. “Sono individui senza emozioni, incapaci di mettersi in rapporto empatico con gli altri. Quando appaiono socievoli, in grado di corteggiare e sedurre, lo fanno solo per tessere la tela di ragno nella quale far cadere la preda. Con un’unica strategia: prendere le persone, usarle e poi disfarsene. D’altro canto convincendosi che le vittime sono delle cose diventa più sopportabile il carico psicologico delle violenze che compiono”. Il comportamento criminale è un comportamento umano, pertanto costituito da un’inestricabile interazione tra eredità e ambiente. Alterazioni o danni in alcune zone dell’encefalo sono stati posti in correlazione con un aumento dei comportamenti violenti. (…) quanto più precoce è il danno, prima cioè che vengano appresi nel corso dello sviluppo gli opportuni schemi di autocontrollo, tanto maggiore è il rischio di condotte aggressive. Le alterazioni neurologiche possono inoltre produrre una maggiore suscettibilità agli effetti di alcol e droghe. Quando poi il danno cerebrale comporta un difetto di intelligenza nel soggetto, ecco aumentare il rischio di una marginalizzazione sociale, di un’adesione a contesti subculturali dove la violenza rappresenta la modalità primitiva e privilegiata di comunicazione. Le ricerche sulla biochimica della violenza si sono concentrate su due principali categorie di sostanze: i neurotrasmettitori e gli ormoni. Tra i neurotrasmettitori la serotonina sembra avere un ruolo di primo piano nella regolazione della violenza: bassi valori di serotonina sono stati associati a comportamenti aggressivi, soprattutto di tipo impulsivo. Da alcuni decenni, invece, le ricerche sul ruolo degli ormoni vedono il testosterone come principale imputato nell’aggressività; anche in questo campo non sono mancati i ripensamenti, e oggi l’influenza delle alterazioni nella concentrazione di questa sostanza viene posta in correlazione con quelle di altri elementi: estrogeni, prolattina, cortisolo.

Abusi nell’infanzia

Secondo dati americani, che non differiscono molto da quelli del resto del mondo occidentale, il 42% degli omicida seriali ha sofferto di abusi fisici da bambini, il 43% è stato molestato sessualmente e il 74% è stato sottoposto a torture psicologiche. Brutalizzati nell’infanzia, i serial killer crescono pieni di rabbia assassina contro tutta l’umanità. Trovano piacere soltanto infliggendo pene al prossimo. Possono sentirsi vivi soltanto procurando la morte.  E le percentuali aumentano se non si parla più di serial killers, ma di autori di reati sessuali. Il bambino trascurato o vittima di abusi, attraversa numerosi conflitti nella sua infanzia senza essere capace di costruire e utilizzare un sistema di difesa adeguato. Questo porta l’individuo a isolarsi totalmente –intimamente, non necessariamente in modo concreto- dalla società che percepisce come un’entità ostile. Alcuni scelgono di suicidarsi da adolescenti piuttosto che affrontare una vita di solitudine e frustrazione.

L’uomo che si macchia di tali reati, possiede una scarsa opinione di sè e rifiuta una società che lo scarta. Incapace di tenersi un impiego. La famiglia e gli amici lo descrivono come una persona tranquilla, piacevole, ma chiusa, che non riesce a realizzarsi. Da ragazzo può commettere atti di voyerismo o feticismo che sostituiscono la sua incapacità ad avere rapporti sessuali. Altri sceglieranno di esteriorizzare questa ostilità e la esprimeranno con gesti violenti o insensati.  Sulla definizione di trauma e di Child  Sexual Abuse, si è ampiamente dibattuto e ai fini di ricerca non è stato sempre semplice condurre le indagini, a causa delle diversità che caratterizzano i disegni di ricerca in tale ambito, proprio a causa della difficile univocità nell’ operazionalizzazione della variabile Abuso Sessuale, appunto. Ma di questo non ha senso parlare qui. Si può certamente dire che i traumi sessuali possono essere molteplici, vanno da quelli molto semplici dell’aver visto il proprio genitore nudo, all’aver assistito alla cosiddetta “scena capitale”, ad un rapporto sessuale dei propri genitori, molte volte male interpretato dai bambini che ritengono di aver assistito a un atto di violenza. Ad una certa età la visione o la partecipazione a situazioni ed esperienze violente può far sì che il bambino leghi la gratificazione provata nell’ambito sessuale ad un’altra sensazione prettamente di angoscia e che quindi scelga poi la violenza come mezzo per poter ritornare ad una soddisfazione di tipo sessuale.  Così sostiene  De Zulueta, limitamdo i suoi resoconti ed analisi ad indagini cliniche di pazienti vittime di abusi, spesso donne che diventavano poi madri spesso assolutamente incapaci di accadimento, Lonnie Athens riesce a chiosare il proprio studio con la dimostrazione che “le persone violente giungono alla violenza attraverso quegli stessi processi universali, il soliloquio e il cambiamento drammatico del sé, che conducono il resto di noi al conformismo, al pacifismo, alla grandezza, all’eccentricità o alla sanità” comportandone, peraltro, la stessa responsabilità nelle scelte. Ma è davvero possibile dire che un soggetto diviene un sadico sessuale in serie solo perché ha subito dei traumi infantili, ha utilizzato, nell’adolescenza materiale pornografico, poi, ha fatto uso di sostanze alcoliche e stupefacenti? Molti individui, però, hanno subito traumi, abusano di alcol e fruiscono ossessivamente di pornografia, senza divenire però stupratori o assassini. Se è vero che sempre meno sensato appare negare l’esistenza di un nesso diretto fra violenze subite e violenze restituite, è altresì vero che la differenza, ad esempio tra uomini e donne autori di reato è tale da non potere essere paragonata alla maggioranza di vittime bambine rispetto ai coetanei maschi. La donna è sempre stata oggetto di violenza più dell’uomo, ma forse “costituzionalmente” è portata ad agire più verso sé stessa (disturbi sessuali, della condotta alimentare, abuso di psicofarmaci e alcool,…), o in modo passivo (aggressioni passive)verso l’ Altro, ciò che l’uomo tendenzialmente agisce con degli actings out eterodiretti, che sfociano spesso in violenze vere e proprie. E quando l’oggetto della violenza è una donna o una bambina, il più delle volte si configura un reato sessuale (609- 609 bis, ter, …c.p.)

Athens ribalta molti luoghi comuni  sull’origine  della personalità violenta, fra i quali la convinzione che sia guidata da impulsi e motivazioni inconsci, il suo contributo  scientifico può essere di grande aiuto nella prevenzione e  nel controllo della  criminalità. 

Ora proverò a presentare alcuni casi che possono in qualche modo confermare o confutare le teorie sopra presentate in modo decisamente poco completo.I colloqui si svolgono tutti con detenuti in un carcere della area metropolitana milanese.

 

Caso 1°- Il sig V.

 

Di questo caso farò una dettagliata sintesi – ci provo…- dei colloqui svolti, cercando di rendere il più anonimo possibile il soggetto in esame, e ponendo in risalto le modalità di porsi del soggetto verso l’operatore, ma soprattutto la possibile relazione tra l’infanzia e l’evoluzione della personalità patologica dell’individuo.

 

Il sig. V, Inizia a raccontare la sua storia dicendo che nasce a Napoli nel 196*, sottolineando subito che alla sua nascita è stato abbandonato e che ancora oggi, dopo 40 anni, essere “figlio di NN” pesa.

Un’infanzia già segnata da quest’abbandono che non pare risparmiargli altri dolori. A soli 18 mesi si ammala di Poliomielite e da allora si apre un'altra strada in salita, quella legata alla cura di questa malattia e delle sue conseguenze a lungo termine, che ancora oggi non si è conclusa. Deve fare l’ultimo intervento, dopo altri 13 che dall’età di 24/25 anni scandiscono il suo tempo e la sua vita.

Nonostante fosse piccolissimo, sostiene di ricordare molto bene quel lungo viaggio che da Napoli lo portò a Milano a 18 mesi. Ricorda l’ambulanza e l’infermiera che lo accompagnò in quella che per tanti anni sarebbe stata la sua casa: l’istituto Don Gnocchi. Qui venne preso in carico (e lui sottolinea che fu soprattutto una presa in carico e cura affettiva, più che solo concreta) specialmente da una suora, Suor A., della quale conserva un tenero e materno ricordo, carico di sincero affetto e riconoscenza.

Fino all’età di 6 anni e mezzo quella fu la sua casa, poi iniziò ad andare in affido per brevi periodi di tempo, come le vacanze estive e le feste comandate, da una signorina milanese non sposata, E. T., che col tempo imparerà a chiamare mamma, non senza scontri e problemi, alla quale solo dopo diversi anni potrà voler bene.

Dopo i primi tempi, iniziò a prospettarsi la possibilità e probabilità di non passare solo le vacanze, ma sempre più tempo in casa di questa signora, che peraltro aveva in affido un’altra ragazza –la sola “parente” ad essere a tutt’oggi in vita, divorziata e con 3 figli-e che viveva con la madre e 2 fratelli (un sacerdote, missionario in India e un medico pediatra, sposato con 6 figli, che abitava l’appartamento proprio sopra il loro).

Definitivamente è entrato a far parte di quella famiglia, quando frequentava la seconda o terza media. Racconta d’iniziali conflitti con la madre, soprattutto perché non riusciva a stare in quella casa e in una famiglia che lui definisce “normale”, ma che per lui non lo era,non avendone mai conosciuta una, ed essendo abituato a vivere tra i grandi spazi dell’istituto, dove aveva lasciato oltre agli agi (come la piscina), diversi affetti: gli amici e la suora.

Solo all’età di 22-23 anni iniziò a voler veramente bene,alla madre. Dopo tanta fatica, tanti scontri, tanti conflitti. Racconta ad esempio che la mamma gli impedì di frequentare l’Accademia di Brera e solo dopo 1 anno e mezzo di litigi arrivarono ad un compromesso che lo vide studente in una scuola di grafica.

Dopo il diploma inizia a lavorare, ma dopo un anno e mezzo deve interrompere per iniziare la lunga serie dei 13 interventi, per riparare agli esiti della poliomielite. In modo asciutto e senza retorica parla della fatica e della sofferenza che questi interventi portavano con sé, così come della sua tenacia e voglia di recuperare, fisicamente, quanto più gli veniva concesso.

A 22 anni e per i 13 seguenti lavora per una multinazionale americana. È fiero di aver trovato lavoro da solo e di esser riuscito a vincere la causa, dopo che era stato escluso, nonostante la graduatoria delle liste speciali- handicap.

Nel 1989-1990 l’azienda fallisce, così lui passa dalla cassa integrazione alla mobilità lunga. Da lì, non potendo lavorare altrove perché riceveva la cassa integrazione, inizia a lavorare per conto suo con un amico tipografo, sempre come grafico.

Nel 1990 la madre si ammala di tumore e morirà nel ’94. In questi anni di malattia, lui le è stato accanto e l’ ha seguita nelle difficili cure. A questo punto, della sua famiglia rimane solo lo zio medico e la “sorella”. La nonna era, infatti, morta poco dopo il suo ingresso in famiglia e nel 1978 anche lo zio missionario lo abbandonò, morendo. Ricorda questo zio con affetto e lo descrive come una persona a lui molto vicina e di supporto. Racconta anche di un episodio in cui lo zio lo rimproverò perché aveva trovato un giornaletto pornografico. All’epoca aveva 14 anni. La sua morte lo fece soffrire molto, provocando il vissuto di un ennesimo abbandono.

 Cambia postura e gli s’inumidiscono gli occhi (o almeno mi pare) quando parla delle sue remore verso le donne e soprattutto dei medici che lo curavano, o avrebbero dovuto. Racconta degli abusi che quei “personaggi”- questo termine mi colpisce- i medici della Don Gnocchi, appunto, agirono su di lui e i suoi amici, finché lui stette lì, fino ai suoi 12 anni. Pare fosse routine.

A questo punto si percepisce chiaramente l’imbarazzo e il residuo di dolore che accompagna questa rivisitazione, cui si accostano giustificazioni, scusanti, razionalizzazioni, pseudo-controllo.

“A chi lo dicevo?” chiede, rispondendo all’osservazione un po’ interrogativa che enfatizzava il suo non averne mai parlato nemmeno a casa.

Poi, dice, come per ristabilire la gerarchia del chi sceglieva cosa, che a lui non andava poi tanto male. In istituto faceva quello che voleva, andava in piscina quando gli pareva (al contrario degli altri, lui era UN PRIVILEGIATO), gli volevano bene ed era protetto (chissà qui quanto la suora che non fu figura protettrice verso gli abusi, lo ferì e quanto si sarebbe sentito abbandonato e tradito anche da lei se non l’avesse un po’ idealizzata, come mi pare abbia fatto). “Alla fin fine -lo dice con una rassegnata crudezza molto penetrante e assicuro dolorosa anche per chi ascolta con partecipazione -mi prostituivo”.

Uscito dall’istituto “annega” –sono parole sue- questa strana storia di abusi..”era –dice ancora minimizzando- una delle sofferenze minori tra le tante della sua storia di bambino- grande che già a 8 anni si trovava ad allacciare gli apparecchi ai suoi compagni reduci da poliomielite. Compito che riconosce non essere adeguato ad un bimbo di quell’ età.

Raccontando di un episodio avvenuto quando aveva 17 anni, durante un viaggio con la madre a Lourdes, l’affetto che rievoca è tanto forte che lui stesso dice “ghigno per non arrabbiarmi” e forse anche per non piangere…

Mentre tornava nella stanza dell’hotel dove alloggiava, cade dalle scale e si blocca la schiena. Deve così essere portato in ospedale e nel tragitto, il medico affidatogli cerca di violentarlo. Non ci riesce perché lui lo blocca afferrandogli la mano e aggiunge “forse perché un po’ più grande..” (come a voler ancora giustificare il suo “prostituirsi” passato).

Tornando al discorso delle violenze in istituto, pone l’accento sulla differenza tra quello che era un abuso agito dal personale e quelli che lui definisce “palpate in senso buono…come una scoperta tra noi ragazzi”, di cui si ha chiara percezione della loro non normalità, ma che parevano essere uno dei pochi modi per contenere il desolante vissuto di solitudine di chi è senza famiglia.

Con lo scopo di enfatizzare la purezza dell’affetto, che spesso accompagnava le amicizie e che non aveva nulla a che vedere con la perversione, racconta che con un suo carissimo amico africano – che ora è tornato a casa- dormivano spesso nello stesso letto, vicini e abbracciati per la necessità di vicinanza e il bisogno di scaldarsi il cuore, ma senza mai avere rapporti sessuali d’alcun genere.

Parla della necessità e della ricerca degli affetti, che nell’istituto –nel suo e in genere- non sono tenuti in debita considerazione. Sentiva forte la carenza di quest’affetto, anche fisico. Parlando anche degli scambi sessualizzati tra loro, ragazzi, V. rinnova la distinzione tra quello che si viveva come una ricerca di scambi e di affetti, una scoperta reciproca, di bambini di 7/8 anni. Ben diversa dalla perversione che coinvolge l’adulto.

Poi il suo pensiero si volge alla masturbazione, dice che non ci pensava mai, ma che, in effetti, non era una cosa a lui estranea.“Ce l’avevo di vizio”. Si, di vizio, perché così dicevano le suore. Qui si apre un discorso sulla normalità degli “sfregamenti” dei bambini, più comuni che nelle coetanee femmine, che all’inizio sembra prendere un tono giustificativo verso la masturbazione, ma che poi lascia spazio al pensiero che, se anche il problema non fosse semplicemente quello di mettere un limite, era 1- quello di poter pensare che poteva essere eccessivo e 2-quello di comprenderne la ragione. Questi contatti tra di loro, che non avvenivano troppo frequentemente, anzi, avvenivano in acqua o all’atto di mettersi il costume, prima di iniziare la terapia in piscina, appunto, quando non c’era l’educatore o il terapista. La divisione per fasce d’età, impediva che quelli che erano solo toccamenti, potessero evolvere in atti completi (nessuna penetrazione).

Parla degli altri contatti, quelli meno innocenti, più perversi con l’ortopedico.

Avvenivano una decina di volte l’anno. Le visite per le modifiche agli apparecchi erano sempre buone occasioni, per il dottore. Ad esempio mentre prendeva le misure del bacino.

Avevano rapporti orali, ma pare che fosse sempre il dottore a “prodigarsi per lui”. Si abbassava i pantaloni, aveva normali erezioni, ma non lo ha mai penetrato, si accontentava di “dargli piacere”.

Afferma che ha sempre rifiutato di penetrarlo, così come d’avere rapporti anali, “perché l’idea mi faceva schifo”, dice. Alla fin fine non gli interessava molto…”si, alla fine venivo anch’io”, ma non m’interessava. Sapeva che era sbagliato, ma non diceva di no. Riprende il discorso della prostituzione: era il primo ad avere le scarpe ortopediche, faceva quel che voleva, aveva tutte le agevolazioni… Mi chiedo, quanto duro sia rendersi conto di essersi venduti…non è imperdonabile?

 A differenza di molte altre conoscenze nel raggio dove V. è detenuto, egli afferma comunque di riconoscere i suoi reati e di voler capire: “per questo ho deciso di intraprendere un percorso, per capire se sono diabolico oppure no”.

Riguardo al reato dice che l’accusa rivoltagli, di aver avuto rapporti con il nipote, è falsa. Mentre ammette quelli con una ragazza, all’epoca 15 enne, S, figlia di un’amica di famiglia che faceva da loro le pulizie. Questo sebbene avesse avuto nei 7 anni precedenti una storia stabile con la stessa donna.

Era il 1994 e nel febbraio era morta la madre. Ricorda che si è innamorato totalmente di S. “non avevo più briglie, mi sono lasciato trascinare”.

Era un periodo di crisi che seguiva, appunto, alla perdita della madre. Oltre ciò rimase molto ferito dal comportamento dei fratelli, che “impugnarono” le volontà materne e cercarono di farlo fuori dalla spartizione dei beni. Ci rimase molto male; “non mi sentivo più voluto da loro, mi sono sentito rifiutato”

In quello stesso periodo era in cassa integrazione, quindi iniziò a chiudersi in casa, a non vedere più nessuno. Nemmeno con la sorella.

Fa apparizione S. che con la madre andava a far pulizie da loro, ma, V, non voleva avere scambi con nessuno. Un giorno di giugno, la sorella lo obbliga ad andare a cena da questa signora-la madre di S.- per una festa religiosa, da lì in poi, riprende pian piano ad uscire di casa.

Un giorno, di quello stesso mese, S.si presenta a casa del V. fumando una canna, lui la rimprovera, suggerendole di smettere perché “fanno male” ( lui per questa ragione, da ragazzo si era preso una “pedata nel sedere da don Mazzi”, fumava canne -ma poi di fumare canne aveva smesso).Poi però, è stato tentato, si è fatto una canna con lei,“ho ceduto e inizia il BARATRO” . Paradossale? Forse no, riprende un po’ il io ti dico che non si fa, lo so, però ci sto. Lo faccio con te…(?)

Casa sua, inizia sempre più ad assomigliare a un casino, dove con S. arrivavano tutti i suoi amici di scuola, anche se non chiarisce bene cosa facessero tutti insieme. “Casa mia era un casino- dice- perché NON HO CARATTERE, MI FACCIO PRENDERE DALLE SITUAZIONI, PER QST HO FATTO QUELLO CHE HO FATTO” [questo mi pare un tema dominante e sfugge il chiaro riferimento a quanta responsabilità sia di chi si fa sfuggire le situazioni di mano e quanta sia di chi le provoca e delle situazioni stesse, incontrastabili, onnipotenti].

A fine luglio del 1995,S. dormiva da lui coi suoi nipoti (pare fosse abbastanza frequente) e ebbe rapporti con lei. Sottolinea di non averle mai usato violenza, come lo si intende di solito (e come lo accusano di aver fatto), in modo che suona superfluo e artificioso –ma forse è una mia percezione, che esula dal reale contenuto ed esposizione delle sue parole- Non l’ ha mai costretta, e sottolinea che non era nemmeno più vergine,che si sono cercati entrambi. Capisce che comunque ,non era un rapporto paritario, mentre fa fatica a capire il perché di quelle dinamiche.

Ritiene eccessivo il risarcimento che ha dovuto pagarle, di 300 milioni di lire (credo)

sembrava non essere riuscito a recidere totalmente il filo che lo lega a quell’ esperienza, e ripete che spesso si sorprende a pensare a lei, e non riesce a farne a meno.

Dice di pensare anche ai loro rapporti fisici. Ripete di non sentirsi colpevole della violenza brutale di cui è accusato. Non solo, ancora una volta, confonde ruoli e responsabilità, e afferma:“Non sono andato io da lei, è lei che mi ha cercato. Ero quasi succube …anche perché era una bella ragazza”.

“Ero totalmente dedicato a lei, non avevo più il tempo né lo spazio..”.

La ragazza ai tempi, faceva una terapia psicologica e, per esplicitare quanto fosse legato a lei e quanto anche la madre riconoscesse questa bontà di legame, dice che era lui a portarla alla terapia, mentre a mamma se ne disinteressava un po’.

S era stata segnalata ai servizi e alla ASL dalla scuola quando intorno ai 10 anni, aveva smesso di frequentare. Era una ragazzina problematica e lui, questo, lo sapeva molto bene. Qui fa una riflessione che vede centrale il suo passare da abusato ad abusante, proprio in quanto si faceva forte di questa debolezza, “ne approfittavo”, dice. Peraltro, non teneva conto del fatto che S aveva appena 15 anni, e sebbene non abbia mai rifiutato, e anzi abbia, a suo dire, persino cercato la loro relazione, non poteva certo relazionarsi a lui come in una relazione adulta, consensuale nel senso più ampio del termine . 

Si arriva a parlare di come si arrivi alla denuncia. Questa non viene fatta da S, bensì dalla madre, dopo ben 3 anni di relazione. Questo lo lascia stupito, in quanto la madre era la prima ad affidarla a lui, nel più totale disinteresse delle vicende di S. così come della sorella, che comunque apparteneva allo stesso gruppo d’amici, che frequentava la casa del V. La sorella ben sapeva, ma c’era una specie di “tacito assenso e complicità”.

La denuncia viene esposta dopo il rientro da una vacanza al mare. Pare che la sorella di S abbia raccontatati alla madre cosa succedeva e lei abbia deciso di presentare la denuncia.

S. non lo avrebbe fatto, dice, tanto che quando per un vizio di forma è stato scarcerato nel 2003, e si è recato a Cipro per un corso di grafica, S. ha fatto di tutto per avere, ottenendolo, il numero di telefona dalla sorella di V.

Anche in quest’occasione afferma di non aver saputo resistere all’insistenza delle telefonate di S. -che lui NON aveva cercato - e, ancora una volta, è stato sedotto da quella ragazza. È tornato a Milano e sono stati insieme in albergo per 4 giorni (all’epoca la ragazza era maggiorenne, da 2 giorni),”COME SE NON FOSSE SUCCESSO NULLA!” (ma i 2 anni carcere passati? Il risarcimento?) Dopo questa parentesi, che credo costituisca il loro ultimo incontro, è ripartito per Cipro, nonostante le insistenti richieste di S. e non ha più rivisto, né avuto alcun altro contatto con lei ad oggi. Sa dalla sorella che per un problema di tossicodipendenza che di è aggiunto alla già difficile situazione, la ragazza è stata ricoverata a Lecce in una comunità di scientology, ma è scappata.

Sa che la storia non è risolta e l’avvocato gli racconta che quando S ha preso i sold del risarcimento,lo ha fatto con una risata “isterica”, ripetendo che non era quello che lei voleva da lui, non era quello ciò di cui aveva bisogno.

Pensando alla sua situazione dice di sentire la necessità di un tutor, che lo segua, che non gli permetta di cedere alla “droga S.”

Ad un certo punto, dice, anche se non è accaduto con S., mi sono reso conto che qualcosa non andava, quando “ho toccato nelle parti intime un amico di suo nipote” (anche qui legge questo, come una rimessa in atto dl trauma, una coazione a ripetere. Faceva quello che aveva subito ,e nel contempo, cercava anche una riproposizione delle relazioni tra compagni al Don Gnocchi.

Prima di S. non si era nemmeno mai chiesto se aveva più attrazione verso una ragazza più giovane o verso una adulta, come lui.

 

A me parve piuttosto se-duttivo, non nel senso cattivo, ma letterale. Si plasma un po’ alle persone – che sia questo che lui legge come “mi affeziono subito, mi lego troppo”?- per avere attenzione e riconoscimento dei suoi bisogni? Per essere sempre considerato adeguato e “bravo” nello svolgere il compito previsto?

 

Il sig V, sembra essere il classico caso da manuale a cui ad un abuso segue l’identificazione con l’aggressore fino a perdere il carattere di simbolicità ed arrivare alla messa in atto della perversione.

È presente, inoltre, uno dei tipici meccanismi con cui chi riesce ad ammettersi abusante, cerca di controllare l’effetto che questo produce su di sé. È la vittima ad avere sedotto lui. Lei voleva e lui, ha ceduto..

Interessanti riflessioni di matrice psicodinamica sarebbero molto interessanti da farsi, a questo proposito, ma le mie sarebbero solo idee, probabilmente di poca rilevanza.

Rilevante è, invece, il desiderio espresso da V. di poter rincontrare la vittima, per chiarire e per darle finalmente l’Addio. Cosciente che non sarebbe in grado di trattenersi, se lei lo provocasse.

Un alcolista, quando smette di bere, non è guarito: è solo un alcolista in astinenza. Questo mi disse mentre parlava del suo progetto di riconciliazione. Forse più con sé stesso che con la ragazza e la madre, che era un po’ una sorella.

 

Caso 2. il sig A.

A. si presenta come una persona molto forte, che tutto controlla; in realtà questa non è che la sua maschera (persona, appunto), che utilizza, a volte inconsapevolmente, altre volte meno, per coprire e compensare la sua estrema fragilità.

A. ha una grave patologia della fiducia. Ecco la ragione delle sue difese ipercontrollanti e del costante stato di allerta e iperarousal con cui il detenuto convive, probabilmente dalla prima infanzia,e che col tempo è andato sempre più enfatizzandosi. Come i bambini spaventati e sfiduciati, A. non può trovare un porto sicuro, costringendosi, quindi, a costruirsi delle reti di sicurezza (secondo la sua visione, ovviamente) che aumentano distanza e distacco emotivo dall’esterno, di cui non ci si può fidare. Nulla è mai sufficientemente buono, e tutto deve farlo da sé. Come da bambino, deve bastarsi da sé.  Non parla mai di qualcuno che abbia meritato la sua fiducia, se non in un solo colloquio, che mi è parso una vera e propria conquista, da un punto di vista emotivo, quando parla di alcuni dei suoi insegnanti. La più cara – ma ce ne furono altri 2, alle medie- una maestra delle elementari, Laura, alla quale  si affezionò molto, ma che purtroppo, rimasta incinta, lasciò la sua classe dopo 3 anni. Ancora un abbandono. Rimane viva l’amarezza data dalla consapevolezza che tutti sapessero bene cosa accadesse tra le mura della sua casa, ma nessuno fece mai nulla, fino al suo secondo tentativo di denuncia (dato che quando tentò di denunciare il padre la prima volta, il maresciallo dei carabinieri in servizio-peraltro amico del padre- si rifiutò di accettare la denuncia). 

Racconta con un amaro sorriso come si sfogasse torturando i gattini e dice che una volta ne aveva fatto trovare uno alla maestra nel cassetto della cattedra. Morto, ovviamente. E scruta il mio viso alla ricerca di un qualche segno di disapprovazione e disgusto, che confermi la sua teoria su ciò che tutti pensano di lui, a priori.

Racconta che lavora dall’età di nove anni, e in alcuni periodi ha svolto diversi lavori (fino a tre) contemporaneamente.

Emerge chiara, una profonda rabbia non risolta verso la figura maschile, verso chi pretende potere e rispetto, ma lo ottiene con offese e violenze, e verso chi, per statuto sta sopra di lui. Di certo non fa eccezione l’agente, spesso vissuto come prepotente e cui ribellarsi, come si può. Senza mai essere fisicamente violento – preferisce agire, la rabbia violenta, verbalmente.

Questo stato costante di allarme, ha reso molto difficile stabilire un contatto, che non vertesse totalmente al contenere gli agiti e la rabbia per quello che lui avverte come un tradimento: qualcosa che non era stato fatto, sebbene lui ne avesse diritto.

Per diversi colloqui, si è dovuto compiere un intervento di contenimento costante (e a piccoli mattoncini), sì da garantirgli delle piccole cose, pensieri, riflessioni che non contemplassero l’Altro come il cattivo da cui difendersi e da controllare perchè se no chissà cosa potrebbe accadere.

Riguardo al reato non si è potuto lavorare molto sulla responsabilità. Si dichiara estraneo ai fatti e con insistenza in quasi tutti i colloqui, mette in evidenza le incongruenze dell’ accusa e della sentenza. È accusato di una violenza carnale su una sua vicina di casa, amica della sorella. Si è sempre dichiarato innocente ed estraneo alla vicenda, soffermandosi spesso a sottolineare le incongruenze dell’accusa. Il luogo dello stupro, lontano 25 km dalle loro abitazioni, quando non aveva ragione di allontanarsi o la modalità dello stupro, la porta chiusa a chiave, della sua stanza, secondo la presunta vittima, che non poteva essere chiusa, in quanto mancano da sempre le chiavi, e cose di questo genere.

 Oltre alle evidenze dei fatti, a rendere tutto più confuso e ancor più incomprensibile la carcerazione, annovera tra le discolpe a suo favore, il fatto che per tutto il tempo che va dal reato fino all’ arresto, A. sia stato libero. E proprio ora che si sente più fragile, per la situazione famigliare, la presenza dei figli che lo obbligano a pensarsi “in relazione a”, dell’affetto dei quali sente la necessità, ora che non basta più la sua onnipotenza a farlo stare in piedi, sente crollare tutto su di sé: la vita che si era costruito, il lavoro, la famiglia. La sua sofferenza è estremizzata, non tanto dalla carcerazione in sé, quanto dal suo sentirsi senza più un ruolo all’interno della famiglia. Sente di averla abbandonata, lui che da bambino ha più volte cercato di salvarla dalle onte paterne;e fatica a stare dentro un abito che lo vede figlio distante, compagno disoccupato, genitore assente.

Chiunque fosse l’ A. 19 enne dell’epoca del reato, ora noi facciamo colloqui con una persona diversa e maturata. Un adulto arrabbiato forse, ma pur sempre un adulto e non un tardo adolescente di fine anni ‘90.  Questo mi fa sorgere seri interrogativi sulla funzionalità di una pena detentiva somministrata a così tanta distanza dal reato, dopo che un ragazzo tardo adolescente, in crisi, per quanto probabilmente reo, è ormai un padre di famiglia che è riuscito a trovare un compromesso col bambino violato che è dentro di sé.

Ma probabilmente anche questa domanda è destinata a non avere una riposta chiara, così come quella che mi ha spinto a fare colloqui con i detenuti per reati sessuali, alla disperata ricerca di una risposta a quel “perché?” che attanaglia la mente di tutti noi nel tentativo di trovare una qualsivoglia risposta plausibile a tali mali e magari, una possibile “cura”, per queste persone che a volte credono veramente di “amare”, in modo un po’ “speciale”, così come le loro vittime (- complici) credono di essere amate in modo speciale..come principesse.

 

Caso 3°.  A.

 

 Come ultimo caso, perchè per questioni di spazio già evado i limiti, presento un caso di cui non ho seguito la conclusione per la traduzione del detenuto, ma che alla luce delle nuove cose lette e ascoltate a lezione- e al seminario- sembra un buon esempio ed esercizio di riflessione.

 

A. parla di sé presentandosi con la sua storia familiare, dipingendo un quadro dalle tinte molto forti.

Racconta di essere stato istituzionalizzato, quando a scuola notarono il grado di trascuratezza e in incuria che caratterizzava la sua famiglia. Riferisce che spesso aveva ematomi sul corpo, esito della violenza paterna. Lui e i suoi fratelli (loro dati, poi, in adozione) andavano a scuola sporchi, anche perché a causa di una malattia, la madre, cardiopatica, era spesso assente in quanto ospedalizzata.

Queste istituzionalizzazioni furono costellate da ripetuti tentativi di fuga, per far ritorno a casa dalla madre, ma puntualmente accettava di tornare in istituto per evitare conseguenze penali a carico della madre.

Dice di numerose volte in cui si è trovato ad essere spettatore dei rapporti sessuali che il padre aveva con la sorellastra, figlia della madre, dalla quale ebbe poi tre bambini; lo denunciò, inoltre, per violenza sessuale.

A- dipinge la sua famiglia con toni cupi. Parla del padre come di un uomo molto violento, spesso ubriaco e che basava qualunque relazione sulla violenza, compresa quella sessuale con la figliastra. Era, inoltre, solito masturbarsi davanti alla visione di film pornografici. E che rese lui stesso oggetto di attenzioni sessuali. Una notte, dice, di essersi svegliato tutto bagnato…lo ha detto alla mamma, ma lei ha intimato il silenzio. Si ritiene certo che sia stato il padre a masturbarlo.

L’aggressività paterna sembra essere la sola caratteristica appartenente a quest’ uomo, senza si possa trovare in lui alcun aspetto positivo e viene aggravata dall’abuso alcolico.

A tale proposito, A. si affretta a sottolineare che a differenza del padre, lui quando beve diventa “più simpatico”, non certo violento.

Parlando di un reato, commesso sotto l’effetto dell’alcool, di un furto di biancheria femminile, che dice inizialmente di aver rubato per la sua compagna, apre un spazio di riflessione su alcune sue tendenze sessuali, avvertite, almeno parzialmente, egodistoniche. Ci dice di sentire l’urgenza di indossare mutandine da donna e che questo gli crea uno stato di eccitazione sessuale.

Le tematiche a sfondo sessuale entrano prepotentemente nella relazione con l’interlocutore: spesso il colloquio è sessualizzato nella forma e nel contenuto. I ricordi portano sempre tematiche sessuali concrete, totalmente deprivate di connotazione affettiva; cosa, questa che rende molto pesante la conduzione del colloquio. Nell’incontro la possibilità di riflessione è frequentemente minata dalla sua urgenza di inserire sempre nuovi elementi che non permettono, quindi, di soffermarsi abbastanza su una cosa in particolare.

La modalità stessa, che utilizza per offrire i contenuti –peraltro di importante interesse psicodinamico – è infantile, governata dal pensiero magico che lo psicologo risolva le problematiche portate come cose che non gli possono appartenere e che evacua senza poterle rendere oggetto di elaborazione. Questa sua modalità infantile è rispecchiata dalla figura fisica del soggetto, che dimostra un’età certamente inferiore alla sua. Non un adulto, ma un bambino un po’ più grande.

Come già detto, i pensieri sono spesso ridondanti e si ossessivizzano su contenuti sessualizzati. Rimuginio questo che, lungi dall’essere sintomo depressivo, è, all’opposto, espressione della maniacalità del pensiero che lui tende a tenere a questi livelli di eccitazione, non riuscendo a permettersi alcuna caduta depressiva.

L’impossibilità di avere un’emotività interna, rende il corpo luogo di comunicazione dei propri affetti. Per esempio il legame e l’amore per la madre è espresso e presentato attraverso il tatuaggio del sole che per lui significa “Mamma, vita mia” (frase che peraltro ha in progetto di farsi tatuare sul petto, a sinistra.

 Questo legame con la madre, così intenso, sembra essere reso tale dalla comune sorte, toccatagli  per i maltrattamenti paterni che hanno dovuto patire insieme. La percezione del mondo esterno, così come di quello interno, appare superficiale. Gli è molto difficile andare in profondità e cogliere sensi più complessi e profondi. Prevale la tendenza a cercare di adattare la realtà alla sua persona. Riporta il funzionamento della realtà esterna, delle cose, adattandole a lui; rendendo in questo modo la realtà, modellandola su di Sé, poco coerente.

A questo proposito, questa modalità di ribaltare la realtà la si trova anche in relazione al reato di cui è accusato. Dell’ abuso della minore si dichiara innocente e lo fa dichiarando di avere sporto lui denuncia contro il vero colpevole. Il suo stato psicologico è ora distante dal poter accedere ad un percorso di evoluzione  e maturazione e ciò è sostenuto dal suo rifiuto massiccio manifestato nei confronti della farmacoterapia psichiatrica. Necessaria per gestire anche problematiche quali l’ansia, l’insonnia e i pensieri ridondanti che lui stesso riconosce come eccessivi e disfunzionali.

Questo probabilmente a causa del timore di perdere il controllo che mantiene sulla percezione della realtà, adattandola ai suoi bisogni; anche in relazione ad un passato abuso di psicofarmaci a fatica controllato.

Un quadro così posto, porta a prevedere la necessità di un lento e lungo cammino, che dovrà cercare di lenire la scissione tra sé e mondo esterno reale, e tra sé interno ed esterno. Al momento del colloquio, data la povertà di risorse a disposizione immediata, risultava necessario un supporto contenitivo che tenda altresì ad incrementare nel tempo la possibilità di più profonde riflessioni, che possano, un passo alla volta, portare a sfiorare quell’ insight necessario per accedere ad una terapia di cura che goda del necessario supporto di una motivazione al cambiamento.

Come sopra accennato il detenuto è stato tradotto prima che il mio periodo di stage terminasse. Non ho quindi avuto modo di seguire oltre l’evoluzione del soggetto. Anche se non sono particolarmente ottimista in merito.

 

A questo punto credo sia necessario dire che ho scelto questi tra tutti i casi conosciuti, ponendo almeno un caso in cui il reo non fosse negatore incallito, e altri 2 dove sebbene ci sia una negazione, è comunque intercettabile il processo che può aver portato alla violenza.

 La difficoltà per una tutt’ altro che professionista, come me, di riscrivere i casi otto quest’ottica spinge a pormi un numero sempre crescente di domande, e questo non può che essere un buon principio. Anche perché, ormai, inizio a dubitare di riuscire mai a trovare una risposta a quel famoso “perché?” di cui prima parlavo.

La scelta, inoltre, di mirare a casi e reati, quindi, non tra persone sconosciute, ma tra conoscenti e familiari, o considerati tali, ha alla base la coscienza di quanto più arduo sia e per la vittima e per l’aggressore rielaborare l’evento in questo caso. Con questo intendo sia la parte relativa alla possibilità di una revisione del reato commesso e  alla rielaborazione (o elaborazione, in alcuni casi) dei sentimenti e delle emozioni che ad essi si legano e d essi sono generati .

E questo vale sia per la vittima che per l’aggressore. Entrambi gli attori non possono permettersi di esimersi dal porsi domande sul come e perché si sino verificati gli abusi. Ma ciò che è il punto di vista delle vittime, che come ho detto sopra ho trattato nella tesi, in modo abbastanza esteso, credo, non è qui oggetto di studio, ma è e rimarrà sempre il punto di vista da non poter perdere d’occhio per promuovere la capacità di empatia –o almeno di simpatia- di chi ha agito de-umanizzando in toto la sua preda.

 

A margine mi viene da dire che anche il riprendere in mano gli appunti presi durante i colloqui, le relazioni stilate, i resoconti delle riunioni di equipe dei casi succitati, genera o rinnova, meglio, le sensazioni che provavo, al momento dei colloqui con questi soggetti; sebbene ormai non li veda più ogni giorno. Un altro elemento ha partecipato alla scelta dei casi. Il primo caso, il Sig. V., lo conobbi durante il mio primo tirocinio, quando ancora rabbrividivo ogni volta che un detenuto, mi diceva, per la mia giovane età: ”lei assomiglia proprio tanto alla mia bambina” (il mio controtranfert faceva un po’ da cartina di tornasole relativamente alla manipolatoria negazione del reo e al suo uso strumentale della seduzione), e visto con che reati avevo a che fare, questo non poteva che risvegliare imbarazzanti fantasmi. Il secondo, A, lo conosco durante il secondo tirocinio, ma solo durante lo stage, successivo a questo precedente semestre di esperienza, i colloqui si sono intensificati. Infine, il terzo caso, si riferisce ad un ragazzo conosciuto durante lo stage.

Questo può apparire irrilevante, ma forse non lo è. Non lo è perché, di certo, anche il modo in cui potevo prendere appunti o partecipare, durante i colloqui, al dolore del paziente, senza confonderlo col mio e con le mie esperienze, i miei giudizi di valore, le mie “ombre” (come direbbe uno jungiano, anche se io di Jung so quasi nulla!) si sono modificate nel corso del tempo. Ad esempio, uno dei primi colloqui, evidentemente, molto pesante o evocativo per me, l’ho completamente rimosso. Anzi, dato che nemmeno presi appunti, e non solo non ricordavo assolutamente il signore in questione, è più corretto dire che il meccanismo implicato non era la rimozione, ma un meno evoluto meccanismo dissociativo.

Ognuno di noi ha le sue paure, timori, ferite più o meno profonde e mentalizzate, stili di coping e meccanismi difensivi che utlizza per destreggiarsi nel mondo, e personalmente ritengo che, quando si va a pensare di criminologia (ma non solo di questo, ovviamente) e di “cose” e situazioni così pregnanti e dense, sia necessario avere ben chiaro cosa della nostra personale esperienza influenza e interferisce col nostro modo di sentire, con la stessa possibilità di sentire, leggere ed interpretare la realtà che ci si presenta.

 

 

                                             

 

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