Il Punto di Vista Psicoanalitico sulle Tossicodipendenze

psicoanalisi, tossicodipendenza, psicologico, addiction

Giro d’orizzonte economico e presupposti teorici per la terapia 

 

Dr.ssa Giulia Maria Cavallaro
Psicologa Milano
 

Negli ultimi 30 anni la tossicodipendenza è diventata un fenomeno patologico di massa, con un’alta quota di irrisolvibilità politica e scientifica. Questa forza di resistenza è dovuta, oltre al modo in cui la droga viene pensata dalla politica, dalla funzione che essa riveste nell’economia libidica del soggetto. Questo è l’oggetto di interesse dello psicoanalista, cioè il valore che ha per il soggetto l’intossicazione a livello dell’economia individuale (ed interindividuale) profonda.

Le riflessioni iniziali hanno riguardato l’esistenza o meno di una personalità specifica tossicomaniacale, definita da sistemi economici indipendenti da quelli riscontrati nelle altre tipologie di struttura affettiva.

La riflessione strutturologica ha condotto ad una triplice constatazione:

  1. non esiste una struttura psichica profonda stabile e specifica dei comportamenti di dipendenza. Qualsiasi struttura mentale può dar luogo a comportamenti di dipendenza, manifesti o latenti;
  2. il comportamento di dipendenza non modifica la natura della struttura psichica profonda, ma si limita a modificarne il funzionamento secondario;
  3. l’addiction viene ricercata non solo in funzione di un bisogno più o meno manifesto, ma anche sul piano latente, come tentativo di difesa e regolazione contro le deficienze o le debolezze della struttura profonda.

L’ipotesi di un’identità strutturale comune ai comportamenti di addiction viene dunque scartata, ma esisterebbero sistemazioni economiche parziali, indipendenti dalle strutture soggiacenti e ad esse comuni.

Un primo fattore comune a tutte le forme di addiction è un movimento di regressione a partire dal registro mentale in direzione di quello comportamentale. Il ricorso alla droga, infatti, è un tentativo di regolazione interna tramite un rimedio magico esterno che non coinvolge il soggetto tanto a livello fisico o mentale, ma che interessa prevalentemente il registro comportamentale.

L’investimento comportamentale del tossicomane esprime un’attitudine principalmente antidepressiva, e non esorcizzante come per esempio nell’ossessivo. Quanto al registro corporale, il corpo stesso è posto al servizio del comportamento e non è oggetto, come invece si potrebbe pensare, di un investimento specifico. Per spiegare questa regressione è utile fare riferimento alla distinzione che lo psicoanalista fa tra:

a)      bisogno: stato di tensione che induce alla ricerca della soddisfazione legata alla relazione con l’oggetto specifico, cercato in quanto indispensabile per tale soddisfazione;

b)      domanda: intesa come aiuto richiesto per cercare di ricreare il clima di calore affettivo vissuto al tempo delle soddisfazioni primitive;

c)      desiderio: che rimane nel campo dell’immaginario e si presenta nella forma di una messinscena fantasmatica, rappresentazione di illusioni che passano obbligatoriamente attraverso le esigenze di una elaborazione mentale. Il desiderio non può essere confuso col bisogno o con la domanda, dati i fenomeni mentali di cui necessita.

Nei soggetti tossicodipendenti diviene necessario passare rapidamente all’atto per soddisfare il bisogno, senza poter realizzare operazioni immaginarie che consentano di giungere all’elaborazione fantastica di desideri reali. Il bisogno e la domanda creano un cortocircuito che rende inutile l’elaborazione del desiderio, ma esige il ricorso agli imperativi del processo primario (regressione formale a partire dal principio di realtà in direzione del principio di piacere): tutto subito, non importa come e tramite quale oggetto parziale magico esterno. Tale operazione deve ripetersi senza fine, perché non è seguita da alcuna possibilità di interiorizzazione duratura. L’oggetto totale internalizzato viene infatti rimpiazzato, per i bisogni immediati, da un oggetto parziale puramente esteriorizzato di tipo anaclitico.

Il fatto che nei soggetti tossicodipendenti il desiderio si riduca molto spesso al semplice bisogno è da ricondurre a relazioni primitive particolari, che collegavano un tempo il soggetto alla madre e che entrano nel quadro di quelli che M. Fain ha definito col termine di neo-bisogni.

Il concetto di neo-bisogni indica la creazione di nuove vie di soddisfazione, il cui scopo è moltiplicare le esperienze di appagamento a spese dell’organizzazione mentale che nasce dagli autoerotismi. Per capirci, facciamo l’esempio di un bambino al quale, per calmarlo, venga costantemente dato un succhiotto, al costo di ostacolarlo nell’elaborazione della ricerca di un gesto che gli permetta di conquistare da sé il proprio pollice.

I neo-bisogni si inseriscono nel quadro della seduzione materna primaria, che normalmente declina per lasciare il posto a forme di relazione progressivamente più mature. La madre che possiede l’idea di temporalità all’interno del proprio apparato psichico, cioè la capacità di trasmettere al bambino sia il vissuto della propria completa presenza sia di una non completa totalità di questa presenza, consentirà all’apparato psichico del bambino di fornirsi di una propria vettorialità, direzionalità, intenzionalità. La madre che rende possibile il lutto originario farà sì che il bambino si disamori progressivamente dell’unisono per volgersi verso l’individuazione, quindi verso la capacità di distinguere il sé dall’altro. L’autonomia sarà vista come una conquista progressiva, e non come lesiva di un’unità simbiotica immutabile.

Quando la seduzione narcisistica non declina, cioè quando la madre trasmette al bambino il desiderio di un contatto perfetto, infinito, che equivale a dire “sempre presente”, senza alcuna possibilità di introduzione della temporalità, si verifica il fallimento del processo di allontanamento dalla, e di introiezione della, madre simbiotica.

L’impossibilità da parte del bambino di formarsi una rappresentazione interna dell’oggetto, a partire dalle sue prime assenze rientra nell’ambito della patologia dell’oggetto transizionale.

Tustin parla degli oggetti-sensazione, che in un’evoluzione normale consentono il generarsi del senso-di-sé-come-superficie-sensoriale, progressivamente abbandonato attraverso modalità di rapporto madre-bambino che aprono alla dimensione degli oggetti transizionali prima, e alla separazione poi. Il mancato accesso alla dimensione transizionale, rende impossibile l’introiezione di immagini (oggetti interni) che fungano da regolatori psichici nelle situazioni di tensione. In altre parole, l’uso persistente di oggetti autisitci, interferendo con la creazione di un oggetto transizionale, ostacola la capacità di formazione simbolica, e quindi la capacità di sentire, immaginare, pensare. La mancanza di un primo nucleo di rappresentazioni renderà impossibile l’utilizzo del meccanismo dell’introiezione. L’oggetto non può essere rappresentato internamente, ma solo incorporato. L’incorporazione conduce all’illusione di aver raggiunto la fusione ed il controllo onnipotente dell’oggetto: l’Io negherà il proprio lutto originario e fingerà che la separazione non sia mai avvenuta; cercherà con tutte le sue forze di non abbandonare l’illusoria posizione di unità onnipotente, senza lasciare spazio ad alcuna parzialità e al divenire nel tempo e nello spazio, così come verrà meno ogni reale consapevolezza dell’altro. L’Io sarà fragile, incapace di tollerare qualsiasi frustrazione e tenderà a negare tutte quelle esperienze che segnalano una non corrispondenza con l’ideale. Un tale Io, totalmente impegnato a negare ogni forma di dipendenza reale, è incline a stabilire dipendenze patologiche che gli confermino l’illusoria conformità totale con l’ideale. L’assunzione di una sostanza ripristina in maniera immediata e magica l’unione primitiva tra Io e Ideale dell’Io, accompagnata dalla sensazione onnipotente di bastare a sé stesso. Il malessere che deriva dalla carenza della sostanza è tanto più intollerabile quanto più si fa portatore della separazione e smaschera la finzione che lo scarto non sia mai avvenuto. L’illusione decade però rapidamente, tanto da indurre il soggetto a riprendere affannosamente la ricerca di un oggetto da incorporare. Pertanto, le droghe avrebbero la funzione di alleviare temporaneamente lo stress psichico, cioè svolgere la funzione materna che l'individuo non è in grado di fornire a se stesso. L'oggetto della dipendenza prende il posto degli oggetti transizionali dell'infanzia. Il problema è che le sostanze e gli oggetti della dipendenza falliscono completamente la funzione di oggetti transizionali, in quanto costituiscono tentativi somatici e non psicologici di affrontare il dolore psichico, fornendo un sollievo solo momentaneo.

Un’altra conseguenza del mancato declino della seduzione materna consiste nel non accesso alla castrazione: al posto della minaccia di castrazione, conseguenza dell’angoscia materna all’autoerotismo infantile, sono costantemente proposte esperienze di soddisfazione. I neo-bisogni sono un’attività difensiva che si organizza pertanto attraverso il diniego di una parte di realtà: la parte della realtà che viene negata è principalmente la scena primaria e la castrazione. Tale attività non solo non è in conflitto col Super-Io, ma rende del tutto inutile la sua costituzione, in quanto disattiva i fantasmi originari della struttura edipica, non genera colpevolezza inconscia e non comporta la ricarica di sorgente pulsionale. “Tutto fa pensare che la madre abbia spinto il figlio ad illudersi che lui, con la sua sessualità infantile, possa essere un partner ideale e che non abbia nulla da invidiare al padre”, inducendolo ad arrestarsi nella sua evoluzione. L’Ideale dell’Io subisce una distorsione in quanto il bambino, invece di investire il padre genitale ed il suo pene, resterà legato ad un modello pre-genitale. Avviene pure una cancellazione della differenza generazionale, non c’è motivo, infatti, di proiettare davanti a sé il proprio narcisismo, sperare di essere come il proprio padre, per chi vive già l’illusione di essere un oggetto erotico adeguato. La rinuncia a pensare la differenza di sesso e di generazione è il fondamento del funzionamento mentale perverso. Il perverso crea il suo mondo fittizio, caratterizzato dall'abolizione dei limiti e delle differenze favorita, dalla seduzione materna: è il trionfo della possibilità assoluta.

 

Questo determina anche l’impossibilità di interiorizzare la legge del padre. Il tossicomane si presenta incapace di integrare un’economia edipica stabilita sotto l’autorità integrata da una legge di origine paterna, sia che tale legge sia enunciata dal padre medesimo o dalla madre “in nome del padre”. La legge del padre rimane esteriore ed impersonale, non dà sicurezza e denota un’insufficiente rappresentazione genitoriale. Le immagini paterne sono fluttuanti, impotenti e talvolta completamente occultate. La legge pertanto non è mai interiorizzata sul piano degli ideali morali e socioculturali. Freda usa la formula “fare a meno del padre”: ogni sostituto del padre è condannato a non essere operativo, per questo la ricerca del godimento del tossicomane non ha limiti e le sue condizioni sono estreme. Tale ricerca, così descritta, richiama come già indicato sopra al funzionamento psichico tipico delle perversioni, che si basa sulla negazione dei limiti e delle differenze.

 

Presupposti teorici per il trattamento psicoanalitico del tossicodipendente

 

Il tossicomane prende se stesso come oggetto di un atto il cui supporto è la droga. Possiamo vedere in questo una figura del narcisismo primario. Il narcisismo determina nell’uomo il miraggio di immaginarsi uno, un’unità indivisibile. Ma il fatto di trovare realmente tale unità, con un mezzo qualunque, mette in gioco la sua stessa esistenza, da cui la tendenza suicidaria che è l’essenza del narcisismo.

Il ripiegamento verso un’estrema autosufficienza è accompagnato dall'annullamento degli effetti della psicoanalisi. Centrale nella psicoanalisi della tossicodipendenza è la distinzione tra soluzione e sintomo. Freud affermava che il compito che impegna maggiormente gli esseri umani è evitare il dolore. A questo scopo il soggetto concepisce espedienti radicali o moderati al fine di limitare la sofferenza che ci proviene dall’essere esposti alla natura, alla finitezza del nostro corpo e alla relazione con gli altri. In questo senso, la tossicodipendenza non è un sintomo ma una soluzione, intendendosi per sintomo un’alterazione del corpo o del pensiero che implica l'intersoggettività, la relazione con l’Altro, l'esposizione al suo desiderio. Nessun bisogno dell’essere umano può essere infatti soddisfatto senza passare dall’Altro, che diventa partner essenziale per la sopravvivenza, il piacere, l’amore.

La dipendenza non implica l’Altro, ma è anzi una soluzione rispetto ai problemi che il godimento trova nel suo rapporto con l’Altro, essendo l’Altro un limite al godimento. Il rapporto inevitabile con il desiderio dell’Altro è fonte di rischio perché l’Altro può anche abbandonare, disconoscere o divorare il soggetto.

È in questo punto che la droga svolge la sua funzione, permettendo l’evitamento dell’Altro come partner, istituendosi essa stessa come partner sicuro, affidabile, controllabile e capace di ricreare il nirvana perduto. La droga è dunque una soluzione che assicura al tossicomane un godimento fuori dalla legge della civiltà e della sessualità.

La psicoanalisi opera con difficoltà rispetto a manifestazioni prodotte dalla modernità che come la tossicodipendenza pongono un’obiezione all’esistenza dell’inconscio, in quanto coniugano una natura eminentemente narcisistica e il voler “scartare” la psicoanalisi attraverso il ricorso alla scienza. La psicoanalisi deve confrontarsi con una nuova forma di godimento che non passa né attraverso l’attività sessuale né attraverso il delirio.

Tradizionalmente, la risposta della psicoanalisi rispetto alla possibilità di far rientrare il tossicomane nella categoria di “caso” è sempre stata negativa: quando la causa della domanda è orientata dalla droga, gli psicoanalisti reagiscono facendo del consumo un limite alla loro azione. Pertanto, essi propongono come condizione preliminare a qualsiasi cura la disintossicazione, che dovrebbe consentire di superare la disposizione della domanda del tossicomane orientata da una certezza che rende impossibile il lavoro analitico: con la sua affermazione “sono tossicomane”, il soggetto produce la sua certezza, che consiste nell’elevare la droga a rango di causa, eliminando il registro del dubbio e creando in sé un personaggio il cui inconscio non esiste.

In un primo tempo, la domanda del tossicomane è un tentativo di ristabilire un ordine infranto: di fatti, all’inizio egli controlla la droga, domina l’oggetto e tutti i suoi comportamenti si organizzano attorno al fatto di avere o non avere la droga. L’oggetto mantenuto conforme è una parte della sua persona. Questo è il momento dell’equilibrio raggiunto. In un secondo momento il tossicomane non domina più l’oggetto, ma ne è dominato. La domanda che ne consegue è dunque condizionata dal tentativo di ritrovare la padronanza perduta, in quanto il sentimento di incapacità ha sconvolto l’immagine di sé: un po’ di Io ideale è stato perduto.

Non dobbiamo confondere la domanda di trattamento con il trattamento della domanda. La prima punta solo a ristabilire un ordine perduto, per cui l’io chiede di essere padrone dell’oggetto, ovvero padrone di se stesso: è una domanda che comporta un evitamento della questione analitica. In questa fase domina un transfert a carattere puramente erotico, che contraddistingue l’analisi per un periodo indeterminato e definisce l’analista esclusivamente come qualcuno cui si comunica una qualunque malattia, grazie al quale si può risolvere un problema. Questo transfert dal carattere erotico mira solo all’oggetto perduto, all’“eterno ritorno all’uguale”.

Dopo il primo transfert immediato è necessario produrre un passaggio al “trattamento della domanda”. Una prima indicazione per produrre tale passaggio, per quanto paradossale, consiste nel non dare alcuna risposta alla domanda di trattamento, in quanto la non risposta equivale già ad un’interpretazione. Il silenzio è l’unico modo per far sì che la voce significante produca l’inconscio, che si struttura come un linguaggio e produce dei posti, uno dei quali corrisponde “all’altro che sa”: c’è transfert quando il sapere è supposto a un Altro non qualunque, ovvero al terapeuta come “soggetto supposto sapere”. Il significante del transfert distingue il “chiunque” dal “solo lei”.

Il transfert, strumento psicoanalitico per eccellenza, rende nuovamente interrogabile dal soggetto il desiderio dell’Altro e di conseguenza il proprio. Produrre un “soggetto dell’inconscio” e non un Io che si supporti da sé è l’obiettivo che l’analista persegue attraverso il suo desiderio. È solo attraverso il transfert che il porre termine all’assunzione degli stupefacenti acquista valore per il soggetto. L’interdizione dell’abuso di sostanze (“Niente droga”) va mantenuta affinché il paziente possa arrivare a porsi un interrogativo sull’analista: “Che cosa desidera per desiderare che io non mi droghi?”. Ecco che la questione sul desiderio dell’Altro è la via mediante la quale il soggetto può interpellarsi sul proprio.

J. Gammil, nel suo scritto “Narcisismo, onnipotenza e dipendenza” ribadisce l’importanza della droga come oggetto parziale patologico che conferisce al drogato un illusorio senso di onnipotenza. Nella parte perversa della personalità del tossicomane, la cosa importante è il potere e l’idealizzazione dell’oggetto parziale cattivo, considerato come ultra onnipotente e preteso, del tutto falsamente, ideale.

Sicuramente, dietro tale senso di onnipotenza, esistono spaventosi sensi di impotenza e disperazione, che non sono percepiti nella misura in cui sono negati, evacuati e proiettati massivamente nell’altro. Da qui deriva il forte sentimento di impotenza che il tossicomane dà al suo terapeuta, che deve ricevere, percepire e contenere l’impotenza e la disperazione.

Gammil sottolinea l’importanza, nella cura del tossicomane, dell’ascolto analitico[1] che, accompagnato dalla regolarità delle sedute, favorisce il transfert. Della regolarità delle sedute il tossicodipendente ha in linea di massima già un’esperienza in termini di contatto regolare col suo fornitore. È l’ascolto analitico a rappresentare per lui un’esperienza nuova: per un tale soggetto, che non ha conosciuto un adeguato ascolto familiare, il desiderio di essere ascoltato e compreso rischia di essere talmente forte da suscitare un’intensa difesa contro questo stesso desiderio nascente.

Gammil introduce il discorso sul Super-Io del tossicomane per illustrare una cura che sia adeguata ed efficace. Egli lo descrive come un Super-Io “arcaico”, non modulato mediante l’elaborazione della posizione depressiva. Normalmente il Super-io viene descritto come una guida interna che aiuta l’Io a dirigere l’aggressività contro i propri nemici reali esterni e contro i propri cattivi oggetti interni e le parti cattive del proprio sé. È a partire da una capacità di giudizio meglio stabilita che l’aggressività può passare al servizio dell’Io anziché venir diretta sadicamente verso di lui. Ma Il Super-Io del tossicomane resta ad un livello primitivo, spesso incapace del più piccolo giudizio realistico sui propri oggetti e sulle parti di sé; è estremamente crudele e sadico, e deve essere soddisfatto a qualsiasi costo. La droga, tra le altre cose, rientra nell’ambito di questo bisogno di soddisfazione di un Super-Io sadico.

Nel mondo psichico dell’oggetto parziale, ora idealizzato ora persecutore, non vi è alcun posto o capacità per il senso di colpa assunto dall’Io. La tossicomania può essere considerata come una difesa massiccia contro ogni senso di colpa, anche perché la colpevolezza rischia di essere vissuta come una persecuzione terribile da parte di un Super-Io che spinge al suicidio come auto-punizione o per scappare alla persecuzione.

Lo svolgersi di un processo analitico adeguato tende all’integrazione dell’Io, il che implica il bisogno di affrontare l’ambivalenza verso gli oggetti amati; ciò a sua volta comporta il bisogno di affrontare una colpevolezza realista assunta dall’Io. Qui si tocca il problema fondamentale di come condurre il processo del trattamento in modo da rinforzare l’Io e modificare il Super-Io arcaico e patologico, così da minimizzare i rischi di suicidio o di fuga dalla situazione terapeutica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bergeret J. (1982), Chi è il tossicomane, tossicomania e personalità, edizioni Dedalo, Bari 1983.

Bergeret J., Fain M., Bandelier M. (1983), Lo psicoanalista in ascolto del tossicomane, Borla 1999.

Caretti V., La Barbera D. (2005), Le dipendenze patologiche, Raffaello Cortina Editore.

Freda F. H. (2001), Psicoanalisi e tossicomania, Bruno Mondatori.



[1] L’ascolto analitico è analogo alla capacità della madre di ricevere ed elaborare le comunicazioni psichiche precoci del bambino, comprendendo in particolar modo l’identificazione proiettiva delle situazioni di angoscia. Tale capacità è rappresentata concretamente dal seno materno e dallo spazio mentale interno della madre. Il buon funzionamento di tale spazio mentale interno dipende anche dalla presenza dell’immagine del pene paterno e dei rapporti sessuali. In tale prospettiva, la reazione controtransferenziale provata nell’incontro col tossicomane può essere paragonata alla situazione di una madre che dovrebbe ricevere e lasciar vivere in sé la trasmissione, mediante comunicazione non verbale, di un pericolo di morte psichica e fisica di un paziente alla ricerca dell’appoggio di un padre e del suo buon pene. In questo senso, potremmo legare l’ascolto analitico e la recettività che comporta a un aspetto femminile della personalità, e collegare simbolicamente la verbalizzazione al paziente delle sue comunicazioni primitive (elaborazione teorica) al pene del padre.

 

Dr.ssa Giulia Maria Cavallaro, Psicologa ad orientamento Psicoanalitico

 

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