L'intervento clinico in adolescenza fra crisi evolutiva e psicopatologia

psicologi italia, psicoterapeuti, psicoterapeuta

Gustavo Pietropolli Charmet
5° Convegno Nazionale di Psicoterapia dell'adolescenza
"L'adolescente fra contesti naturali e contesti terapeutici"
18 e 19 ottobre 2002 - Firenze

Premessa

Non parleremo né di trattamento psicoanalitico, sia pure rivisitato in nome delle innovazioni che molti considerano efficaci nel caso di soggetti adolescenti soprattutto se "gravi", né della psicoterapia ad orientamento psicoanalitico, ma più in generale degli interventi che vengono effettuati prima, o nell'impossibilità di proporre i primi due, o per scelta teorico clinica da parte dei servizi di consultazione rivolti ad adolescenti aperti sia presso le istituzioni convenzionali del percorso di crescita (Scuola, centri di aggregazione, eccetera), sia presso istituzioni preposte all' accoglienza o al recupero (comunità, carcere minorile, eccetera), nonché nella galassia di consultori aperti recentemente, sia pubblici che privati, deputati ad accogliere domande urgenti di ascolto formulate spontaneamente da soggetti in età evolutiva o ai quali vengono indirizzati adolescenti ritenuti "a rischio".
In questi interventi e in questi spazi vengono generalmente utilizzati modelli di intervento e modelli teorici acrobaticamente in bilico fra i suggerimenti provenienti dalla psicopatologia e le proposte teorico cliniche avanzate da una lettura del dolore mentale in adolescenza come specificamente indotto dallo scacco o dallo stallo nella realizzazione dei compiti evolutivi specifici del processo adolescenziale.
Col termine intervento clinico intendiamo perciò far riferimento non tanto ad esperienze cosiddette di "ascolto" o di "counseling" nelle quali è in primo piano l'aspetto decisionale, informativo, di orientamento e di sostegno al percorso evolutivo del singolo adolescente e del suo contesto di crescita, genitori, docenti, educatori, piccolo gruppo di amici o di compagni di classe, bensì agli interventi che si fanno carico del dolore mentale del singolo adolescente e delle sue enigmatiche espressioni psichiche, relazionali, corporee. Questi interventi meritano la definizione di "clinici" in quanto hanno obiettivi trasformativi sia per ciò che concerne il funzionamento mentale del soggetto che la qualità delle relazioni che intrattiene con gli adulti e coetanei del suo contesto di crescita.
Ho scelto di discutere del fenomeno del tentato suicidio, dei propositi suicidali e della tentazione estrema della morte innanzitutto perché è uno sciame di comportamenti e rappresentazioni di cui mi interesso da alcuni anni e nei confronti dei quali ho cercato recentemente di organizzare un Crisis Center, e poi perché è un sintomo di cui alcuni servizi di orientamento psicoanalitico si sono interessati a fondo producendo saggi e documentazione a tutti noti. Inoltre il tentato suicidio è un fenomeno aggiudicato da alcuni alle grandi messe in scena e colpi di teatro adolescenziali, da altri ricondotto a segnale di profonde fratture e remote conflittualità riattivate da una adolescenza divenuta impossibile.
Di fatto le prassi predisposte dagli adulti per dare senso al gesto, contestualizzarlo e prevenirne gli incertissimi destini futuri, si barcamenano nelle nostre realtà istituzionali, sanitarie e sociali, fra la banalizzazione che lambisce l'omissione di atti di ufficio, la medicalizzazione furibonda e vendicativa, una psichiatrizzazione incerta, contemplativa e dubbiosa sul da farsi e una psicologizzazione rapida, superficiale, consolatoria che si compiace abusivamente di risultati fulminei che non le spettano poiché quasi sempre ingraziati dai vantaggi secondari elargiti dalla manifestazione del proposito o dal tentativo di suicidio soprattutto se accolto dall'ambiente con reale sbigottimento e devoto bisogno di capire. E' per altro noto come tale disponibilità generalmente non superi quindici giorni, prevalendo poi un disperante esercizio collettivo di ritorno alla normalità e sospensione del coprifuoco, non esente da componenti punitive per l'oltraggio che il gesto implacabilmente arreca all'immagine degli adulti di riferimento che, riavutisi dal trauma, si accingono sottobanco a saldare i conti.
La scelta di discutere della tentazione della morte in adolescenza come fenomeno in bilico fra crisi evolutiva grave e sintomo psicopatologico è allo stato dell'arte legittimata anche dal riscontro che alcune catamnesi sul destino evolutivo dell'adolescente suicidale consentirebbero di essere forse meno pessimisti sull' esito a distanza di tale acting, dal momento che alcuni giovani adulti coinvolti in pratiche autolesive in adolescenza non sembra patiscano, nel prosieguo della loro formazione, di gravi deformazioni del carattere o di amputazioni evidenti di capacità espressive e relazionali.
Inoltre è frequente che alcune autopsie psicologiche eseguite a seguito di suicidi di adolescenti modello confermino il dubbio irrisolvibile se la causa della morte sia ascrivibile ad una crisi fulminea, impulsiva, non prevedibile neppure dallo stesso soggetto o se invece la morte sia la fatale conclusione del breve ciclo di vita di un essere incompleto da anni, quasi del tutto sprovvisto degli strumenti per affrontare le burrasche e le bonacce adolescenziali. In alcuni casi non sembra ipotizzabile che la morte covasse sotto le mentite spoglie di un falso sé vitale, amabilissimo, in contatto con l'ambiente, capace di prestazioni memorabili e facili prede del processo di idealizzazione che amici e congiunti legittimamente fanno del caduto sul campo di battaglia della crescita.
Mi sembra sia scontato che a parte la ovvia percentuale di adolescenti che segnalano con un tentativo di suicidio il debutto ufficiale in una grave psicosi o uno stato depressivo maggiore, la maggior parte delle ragazze e il più modesto numero di ragazzi che tentano la morte siano fin dai primi colloqui difficilmente inquadrabili in una diagnosi psicopatologica di facile accesso e subitamente convincente, soprattutto per quanto attiene alla psicodinamica del gesto suicidale, che appare all'inizio più agevolmente riconducibile a problematiche critiche fase specifiche quali lutti e ostacoli insormontabili, perentorie fuoriuscite da umiliazioni patite o ipotizzate come certe a scadenza divenuta imminente.
Discutere di interventi clinici da realizzarsi nei confronti di adolescenti che lascino trapelare il terrore o l'eccitamento di poter cedere alla tentazione e alle ingiunzioni della struttura psichica che gli suggerisce di arrendersi, non dovrebbe apparire come vicenda di rarissima evenienza; tutt' altro, anche se le menzognere statistiche epidemiologiche vorrebbero indurci a sperarlo, ed inoltre il gesto direttamente autolesivo, destinato a manomettere la corporeità postpuberale, non è che uno dei molti equivalenti suicidali che giustificano l'intervento clinico in adolescenza.
Per quanto mi riguarda ho le medesime difficoltà allorché debbo predisporre un intervento intelligente per ragazze e ragazzi che attaccano il corpo scolastico (Pommereau), l'immagine sociale, l'oggetto d'amore al quale sono inestricabilmente connessi da una rete indecifrabile di identificazioni proiettive ed introiettive che finiscono per creare non solo una mente di coppia ma anche un corpo di coppia, esposto alle medesime peripezie di quello individuale. In tutte queste evenienze le connessioni con la psicopatologia sono a portata di mano, così come è disponibile la codifica in termini di incidenti evolutivi ampiamente motivati dalle lacerazioni intervenute nello spazio psichico allargato in cui l'adolescente cresce o smette di crescere (Jammet). L'attacco al corpo è un fenomeno meno evidente, più segreto, meno dichiarato, ma è molto diffuso sia nelle sue manifestazioni micidiali che nelle manifestazioni generazionali che vanno dalla scelta ascetica di dimagrirlo fino alle ossa, di ingrassarlo fino a seppellirlo in un sudario di grasso, di doparlo e palestrarlo, di tatuarlo o trapuntarlo di chiodi come i fachiri, di manometterlo impennando il motorino col quale è fuso e confuso ed i cui danni dopo il crash preoccupano di più il temerario acrobata di quelli subiti dalla pelle e dalle ossa del proprio corpo da rottamare. Rimane comunque l'obbligo di perseguire una raffinata competenza nel cogliere la differenza, di distinguere la specificità delle soluzioni che i ragazzi escogitano per uscire dal labirinto della crescita senza correre il rischio di arrivare al traguardo, che comunque sopraggiunge molto prima di quanto tutti s'aspettino in nome della falsa credenza che l'adolescenza possa essere interminabile, laceri e confusi, amputati di parti vitali del sé, più ricchi di cicatrici che di medaglie.
SINTESI DEI CONTRIBUTI: Ladame, Laufer, Pommereau, Marcelli

A conclusione di questo pellegrinaggio nei santuari della ricerca clinica psicoanalitica sull'intervento nei confronti di adolescenti reduci da comportamenti suicidali, spero di riuscire a rendere evidente la collezione di fattori specifici del processo adolescenziale che i quattro autori hanno intercettato come principali protagonisti del tentato suicidio in combutta con un livello di psicopatologia che ogni autore imputa come regista dell'agguato adolescenziale ma che tira le sue fila dal profondo, da un altro tempo, da un ben diverso contesto relazionale durissimo a morire e che preferisce far morire piuttosto che accettare forme più democratiche di distribuzione del potere nella vita del soggetto che cresce e non può farlo se non a rischio della vita stessa, per lo meno quella biologica.
Mi sembra di poter considerare attinente alla concezione evolutiva tutto ciò che la ricerca clinica ipotizza giochi come promotore di dolore mentale in quanto correlato al rimaneggiamento del funzionamento psichico che quel soggetto deve riuscire a realizzare per raggiungere gli obiettivi evolutivi che normalmente vengono realizzati più o meno a quell'età, tenendo presente la sua identità di genere e il contesto familiare e sociale in cui vive.
Il primo fattore su cui insistono tutti, sia pure con accenti diversi, è senza alcun dubbio la acquisizione di competenze sessuali e generative. Mi sembra che si rimanga all'interno del modello evolutivo se si ipotizza che il soggetto sia entrato in una nuova fase del ciclo di vita e che questa comporti l' acquisizione di nuove funzioni, abilità, competenze e che tutto ciò comporti un enorme lavoro mentale. Gli impulsi, i bisogni, le capacità del corpo sessuato e generativo determinano nella mente emozioni, rappresentazioni, fantasie e pensieri che hanno bisogno di un certo periodo di tempo per riuscire a pervenire alla costruzione di una immagine corporea integrata come base per poggiarvi la scelta dei valore dell' identità di genere e dell' identità sessuata.
L'adolescente aspirante suicida è in posizione di stallo rispetto all'espletamento di questo compito e non può considerarsi casuale che eserciti violenza nei confronti del proprio corpo. Le ipotesi di perché ciò succeda sono diverse.
Ladame sostiene che il corpo adolescenziale si presta, proprio perché non ancora del tutto mentalizzato a divenire la sede nella quale viene proiettato il persecutore interno. Nella sua prospettiva il tentativo di suicidio è il modo col quale l'adolescente cerca di liberarsi del persecutore fuso col proprio corpo e al tempo stesso di arrendersi alle sue istanze di odio al fine di raggiungere la quiete.
I Laufer appaiono convinti che gli adolescenti suicidi odino il proprio corpo perché le sue nuove istanze contrastano col profondo bisogno di conservare l'illusione di una appartenenza alla madre; perciò il corpo viene attaccato in quanto persecutore esso stesso, non in quanto sede di proiezione del persecutore.
Pommereau sottolinea anch'egli l'instabile e controversa relazione col corpo degli adolescenti suicidi ma ritiene che la relazione con gli oggetti esterni giochi un ruolo essenziale.
Marcelli pensa che il corpo sia coinvolto in una grave vicenda depressiva e che perciò esso venga attaccato in quanto sede della vita che deve essere spenta a causa dei sentimenti di inadeguatezza, indegnità e colpa.
Il secondo fattore specifico della fase evolutiva adolescenziale che viene evidenziato come promotore di istanze suicidali, è il processo di separazione dalla madre.
Ladame sostiene che tanto più cercano di separarsene tanto più sono esposti al rischio di doversi sottomettere al suo dominio in quanto sono profondamente identificati con le sue ragioni, cioè col suo disprezzo.
I Laufer sostengono che la separazione è impossibile perché il bisogno di ricongiungersi con la madre buona è troppo forte.
Pommereau sostiene che la separazione diviene difficile perché la madre esterna, quella dell'adolescenza non la consente, imponendo all'adolescente di rimanere figlio.
Marcelli pensa che la separazione provochi lutto in un adolescente già molto a rischio dal punto di vista di scivolamenti depressivi.
Il terzo fattore di rischio è il contesto familiare adolescenziale; l'inadeguatezza dei genitori a sostenere il figlio nel processo di crescita gioca un peso determinante nel pensiero di tutti gli autori.

L'intervento clinico al Crisis Center del Minotauro-Amico Charly

Provo a sintetizzare ciò che siamo riusciti a capire da un anno a questa parte, epoca in cui abbiamo dato vita ad una iniziativa che abbiamo un po' ambiziosamente chiamato Crisis Center grazie ad una convenzione fra l'Istituto Minotauro e l'associazione "L'amico Charly" sulla base di un finanziamento erogato da un benefattore.
Il finanziamento di cui disponiamo ci ha messo in grado di stipulare degli accordi con alcune équipes dei servizi psichiatrici, di neuropsichiatria infantile, di pediatria e psicologia clinica degli Ospedali Bassini, San Paolo e San Carlo. Abbiamo concordato delle procedure di collaborazione per la presa in carico congiunta di ragazzi che tentino il suicidio di età compresa fra i 14 e i 24 anni e che transitino per il pronto soccorso di questi ospedali. Il servizio che offriamo è gratuito e concerne la presa in carico del ragazzo e dei suoi adulti di riferimento per il periodo di tempo che serve a scongiurare l'eventuale ripetizione del tentativo di suicidio.
Questa è la prima cosa che è necessario capire e che incoraggia ad intervenire. I ragazzi che tentano il suicidio ripeteranno il loro gesto appena liberi dai controlli degli adulti allarmati? A distanza di quanto tempo? E se dovesse ripetersi il trauma che ha determinato il tentativo di morire?
E' la questione più urgente ed è la domanda più difficile. Noi rispondiamo che i ragazzi che tentano il suicidio sono ad altissimo rischio di poterlo ripetere anche se ci sembra improbabile lo facciano a breve scadenza. Perciò c'è tutto il tempo che serve per tentare di impedirglielo, ho detto tentare, solo tentare. Se non si fa nulla ci sono elevate possibilità che l'adolescente ripeta il tentativo e la volta successiva è sempre peggiore della prima: a volte è l'ultima. Ciò dicono tutte le statistiche del mondo. Per quello che riguarda la nostra esperienza non possiamo che confermare e avanzare qualche ipotesi.
Il tentativo di suicidio in adolescenza è sovradeterminato ed ha sempre cause molteplìci; perciò è improbabile attenuarle tutte in una prospettiva di prevenzione secondaria. Ce n'è però una che si può tentare di ridurre nella sua capacità di innescare il processo che esita nel nuovo tentativo di suicidio. Quando un ragazzo, più spesso una ragazza tenta il suicidio, una parte dei motivi per cui lo fa concerne gli adulti di riferimento, direttamente o indirettamente. Il tentativo di suicidio è anche un messaggio: potente, lugubre, disperato, vendicativo. Guai però a considerarlo solo un messaggio rivolto ai genitori, ai propri docenti, all'oltraggioso oggetto d'amore: è la peggiore delle semplificazioni ed è la causa principale delle banalizzazioni che preludono all'oblio e alla derubricazione del gesto dal rango che gli spetta, quello di significante della morte e della violenza primitiva per annoverarlo nei lapsus, negli incidenti di percorso, nelle esagerazioni dovute all' età, riconducendolo all'incontinenza emotiva e all'incapacità di rendersi conto delle conseguenze. Guai a considerarlo solo un messaggio ma è altrettanto grave non rintracciare i destinatari reali per renderli partecipi ed aiutarli ad erogare una ricevuta di ritorno che sia all'altezza della situazione e non sia irridente, sarcastica, infantilizzante o vendicativa per l'oltraggio che il suicidio comunque è per i suoi destinatari.
Questo lavoro si può tentare di farlo, è sicuramente utile, non è difficilissimo. Se il messaggio non viene recepito ed anzi viene rifiutato si mette male, molto male: la volta successiva bisognerà parlare più chiaro e c'è il rischio che i ragazzi pensino che solo l'ostentazione del cadavere possa avere ascolto e il dovuto successo.
Perciò noi riteniamo che sia assolutamente necessario che il servizio faccia da postino e recapiti il messaggio. Naturalmente non sempre gli adulti aprono la porta e le orecchie. A volte non aprono neppure la busta perché presumono di sapere tutto ed invece a volte non conoscono il dettaglio che decide della vita e della morte quando si è adolescenti ed il proprio dolore è per statuto invisibile agli adulti.
La nostra esperienza conferma però che bisogna essere tempestivi. Il tempo a disposizione è pochissimo, in men che non si dica la disponibilità a capire e cambiare da parte degli adulti lascia il posto al ripristino delle difese scompaginate per qualche ora dal boato del tentativo di suicidio. Naturalmente è necessario essere sicuri di aver ben capito l'indole del messaggio ed aver individuato il destinatario ultimo e decisivo dietro la copertura dei vari prestanome inopportunamente coinvolti in conflitti che vengono da lontano e passano sopra la loro testa sbigottita dall'intensità della reazione allo stimolo da loro erogato.
Perciò a nostro avviso l'équipe che si confronta con l'enigma del tentato suicidio dei ragazzi deve assolutamente riuscire a coinvolgere i genitori, almeno i genitori, sia come risorse sia come destinatari dell'intervento stesso; sono convinto che è più facile che la prospettiva della morte cambi il modo di guardare al figlio di una madre che il modo di pensare di un figlio adolescente. E se c'è un padre in circolazione è obbligatorio precettarlo perché c'è sicuramente bisogno di lui se è successo quello che non doveva succedere: poi si vedrà se ha la stoffa o se è meglio esonerarlo da un lavoro che non è in grado di fare e nel quale la cosa peggiore che possa succedere è che al posto del padre sia seduto un uomo che non è riuscito ad entrare nella parte ed ora si guarda attorno senza capire cosa sia veramente successo e perché ci siano tanti dottori attorno a sua figlia che non pareva avesse bisogno di nulla.
Nel frattempo si parla con il reduce dal tentativo di suicidio che in realtà quattro volte su cinque è una ragazza. E qui naturalmente è inutile e velleitario proporre un indice dei temi da trattare: dipende, purtroppo dipende, e quando dipende vuol dire che è molto difficile e che sarebbe opportuno essere molto bravi il che il più delle volte significa essere soprattutto modesti e quindi capaci di incollarsi alla mente del ragazzo e farsi spiegare da lui o da lei cosa sia veramente successo e quale sia stato il pool dei motivi che ha determinato la catastrofe. Fino ad oggi le ragazze con cui abbiamo a lungo discusso della costellazione affettiva che preparava il tentativo di togliersi la vita e sospingeva a scomparire hanno tentato di descriverci una condizione labirintica e senza vie di uscita che sembra caratterizzata da un peculiare stato affettivo della mente.
Ad esempio, alle quattro delle ragazze che abbiamo attualmente in carico presso il Crisis Center e che provengono o dalla rianimazione o dai reparti psichiatrici o da un breve soggiorno presso il pronto soccorso degli ospedali con cui collaboriamo, era successo di trovarsi di fronte ad un ostacolo evolutivo, a loro modo di sentire insormontabile. Un ostacolo terrificante proprio perché in grado di sbarrare la strada della crescita e dell'affermazione del sé ed in grado di suscitare una forma assolutamente specifica di terrore.
Rosa di diciott'anni...Marta, più giovane, appena quattordicenne...Meri è ancora più giovane…Miriam fa la terza liceo...
Abbiamo altre testimonianze di come il mito affettivo che caratterizza il giorno del tentativo di suicidio, la notte che lo precede, l'ora che lo ordisce sia fondata sulla certezza affettiva che di fronte all'ostacolo divenuto insormontabile e capace di minacciare una umiliazione intollerabile non ci sia altra soluzione che cercare di scomparire attraverso un gesto che consenta di non esserci quando l'onta verrà scoperta e la vergogna dilagherà oltre ogni capacità di tollerarla.
E' all'interno di questa costellazione che le adolescenti si imbattono nel loro corpo che è lì disponibile per essere manipolato violentemente, avvelenato, tagliato, gettato dall'alto. Non credo che vogliano ucciderlo, non credo che vogliano morire; penso che sappiano che non moriranno ma hanno bisogno di qualcosa che assomiglia molto da vicino alla morte, al sangue, al veleno, al dolore e che convocherà tutti, si finirà all'ospedale e forse si morirà, ma come effetto secondario di una condotta che ha mete più relazionali di quelle previste dalla morte totale: questa è una quasi morte, un tentativo di morte, una vicinanza estrema, un coma, una perdita di conoscenza, una scomparsa dalla scena relazionale; non esserci quando si verrà scoperti e al proprio posto ci sarà un corpo lacerato e mezzo morto di cui alla fine bisognerà che qualcuno si occupi. Sarà la sirena dell' ambulanza, la lavanda gastrica, il ricovero a parlare, ad avviare il racconto, a rendere possibile il tentativo di smantellare l'ostacolo insormontabile, a diminuire il tasso di vergogna che si dovrà comunque affrontare ed elaborare.
In questo anno di lavoro con adolescenti reduci da tentativi di suicidio, di cui alcuni decisamente orientati a determinare la scomparsa dal campo ed altri più saturi di intenti comunicativi e relazionali ma che comunque mai oseremmo definire "dimostrativi" se con questo termine si allude ad una intenzione che non abbia una parentale stretta con la morte e la violenza primitiva contro l'ostacolo insormontabile, ci siamo convinti che hanno particolare ragione quegli autori che sottolineano l'ambiguo rapporto col corpo di questi adolescenti che finiscono per manipolarlo tanto violentemente da doverlo consegnare alle cure dei reparti di rianimazione o di ortopedia di urgenza. Delle quattro ragazze di cui ho raccontato prima l'attimo fuggente in cui decidono di attaccare il corpo ciò che mi ha colpito è proprio quanto il loro corpo fosse del tutto disponibile per essere utilizzato o come destinatario del veleno o come luogo in cui scaricare la rabbia o quanto avesse preso il posto dell'ostacolo insormontabile e fosse diventato la residenza del persecutore. Credo possa essere considerata una precondizione indispensabile per il tentato suicidio in adolescenza questa disponibilità del corpo ad essere considerato altro da sé, certamente non il luogo in cui abita il sé, che lo sostanzia e lo rende visibile comunicandone le intenzioni ed il valore. La mancata o carente mentalizzazione del corpo è evidente nell'uso che le ragazze ne facevano prima del tentativo di spegnerlo del tutto o comunque di dargli una mazzata abbastanza definitiva.
Potremmo supporre che il corpo adolescenziale non ancora mentalizzato sia il primo oggetto disponibile per essere attaccato nel corso della grave crisi di mortificazione che prepara il tentativo suicidale e che il furore della rabbia narcisistica e il dolore per l'oltraggio finiscano per scaricarsi sul corpo sessuato e generativo sia in quanto significante della crescita sia poiché si presta per essere confuso con un significante del legame con i genitori divenuti a loro insaputa ostacoli insormontabili invece che risorse al servizio del processo di crescita, soggettivazione e valorizzazione narcisistica.
Se questa supposizione venisse confermata ne deriverebbe la necessità di studiare come si possa fare per offrire all'adolescente reduce dal gravissimo attacco al corpo perpetrato nel corso del tentativo di suicidio una strepitosa occasione di riparazione depressiva del corpo martire nella speranza di accelerare la costruzione di una immagine mentale del corpo adolescenziale molto più integrata e rappresentativa del sé mentale. L'impresa appare ovviamente molto ardua e aleatoria ma è verosimile che un servizio deputato ad affrontare l'emergenza del tentato suicidio adolescenziale non possa scotomizzare la centralità del corpo e debba ingegnarsi per offrire una risposta intelligente ad una richiesta implicita e non verbalizzabile. Noi riteniamo che il corpo non capisca le parole e che occorra dialogare con lui utilizzando il suo linguaggio; fortunatamente tecniche corporee collaudate ce ne sono in quantità e cercheremo di individuare quelle più idonee a restituire dignità al corpo offeso ed attaccato ingiustamente poiché lui non c'entra affatto ed è stato vittima di uno scambio di persona: era solo l'oggetto più a portata di mano sul quale scaricare la rabbia illudendosi che fatto fuori lui si potesse finalmente vivere in santa pace, non certo morire che sembra non essere l'obiettivo centrale del tentato suicidio adolescenziale nonostante le apparenze.

Per capire il dolore mentale che funge da regista del tentativo di suicidio in adolescenza mi sembra sia utile partire dal presupposto che possa essere ispirato dalla gravità della mortificazione e della vergogna, dalla presenza nel campo relazionale di un ostacolo invalicabile dal punto di vista evolutivo, dalla disponibilità ad essere utilizzato come luogo di scarica della rabbia narcisistica di un corpo non ancora integrato e luogo di vita del sé, dall'impossibilità di mentalizzare e verbalizzare la mortificazione narcisistica destinata a tracimare in azione satura di funzioni di appello nei confronti degli adulti di riferimento.
Se tutto ciò ha un fondamento sia pur minimo ne derivano alcune conseguenze operative dotate di una vaga legittimità. Innanzitutto è ben diverso intervenire nel regno della colpa rispetto a ciò che si deve fare quando si interagisce col regno della vergogna. Il fatto è che se si cerca di aiutare un adolescente a trovare le parole per dirlo è ben diverso se si parte dal presupposto che l'ostacolo a farlo sia la colpa o invece la vergogna. Secondo me i ragazzi reduci da un tentativo di suicidio hanno il problema della vergogna e debbono svelare il loro mortificante segreto. Seduto vicino a loro c'è l'ostacolo insormontabile che ora piange ed è finalmente disponibile ad ascoltare qualsiasi cosa e a perdonare tutto; bisogna approfittarne alla grande prima che tutto torni come prima, anzi peggio perché ora c'è da tollerare anche la vergogna di essere finito all' ospedale per niente, per una ragazzata.

Idee guida dell'intervento clinico

Lavorare sulla vergogna significa elaborare un affetto molto evoluto, tipicamente adolescenziale, generalmente muto ma in caso di TS invece facilmente verbalizzabile e rappresentabile; nella mia esperienza è sufficiente ipotizzarne l'esistenza perché si sveli.
Una volta svelata la vergogna è relativamente facile individuare chi la promuove e ricostruire la trama delle identificazioni proiettive che hanno costruito l'oggetto capace di svergognare. L'acquisizione di rappresentazioni più nitide della vergogna consente di individuare la sua infiltrazione in molte aree relazionali nelle quali realtà interna e realtà esterna interagiscono fra loro in modo caotico ed indistinto.
Siccome la vergogna attacca desideri e bisogni del vero Sé diventa possibile cominciare a fare un inventario di rappresentazioni di sé fino a quel momento ritenute non socializzabili. Più si legittima come veridico e parzialmente legittimo il desiderio del vero Sé e più rapidamente scema la vergogna e la paura dell'intrusione violenta che lacera i confini determinando la paura della mortificazione e della conseguente rabbia.
La vergogna è micidiale perché non la si può riparare; non si può chiedere perdono come nel caso della colpa; la vergogna è senza scampo, pervasiva, fonte di un dolore intollerabile, non simbolizzabile perché corrode il fondamento del Sé che è la autostima; la vergogna uccide proprio per questo motivo, denutrisce il Sé, lo costringe a ritirarsi, lo induce a scomparire e quando è indebolito lo attacca con la minaccia dell'umiliazione suprema, la nudità oltre il limite estremo del pudore. Per questo motivo l’ostacolo diviene insormontabile: perché porta una minaccia troppo pericolosa per la sopravvivenza psichica. La difesa nei confronti del pericolo totale è la morte biologica che serve a tenere in vita lo spirito, l'anima, il Sé nella sua insostenibile leggerezza. La mortificazione imminente o quella appena sopraggiunta sono mortali per il corpo perché il Sé sparisce e lo dà in pasto all'ostacolo, ostentandolo come cadavere, mettendolo in vetrina nel suo aspetto terrificante di cadavere senz'anima. Lo studio che fa l'aspirante suicida della scena del ritrovamento del cadavere è spesso minuziosamente studiato per aggredire come in un film horror l'ostacolo insormontabile che dovrà fare i conti con l'apparizione imprevista del cadavere nel suo aspetto terrificante, vendicativo e accusatorio; il tentativo di suicidio rimane, almeno la prima volta, solo un tentativo, spesso appena accennato perché l'aspirante non vuole perdersi la scena del ritrovamento del suo corpo manomesso che in realtà si limita ad essere solo un morto apparente, una ragazza svenuta, in precoma, una bella addormentata in grado di raccogliere di persona le prime reazioni all'incontro col suo corpo che non diverrà cadavere a causa del precoce ritrovamento, ma che lo sarebbe divenuto se non avesse prevalso il desiderio di assistere alla scena dell'incontro fra l'oggetto insormontabile e il corpo ferito, avvelenato, frantumato, quasi morto, somigliante ad un cadavere, solo che respira ancora, sarebbe morto se non fossero arrivati ad interrompere il processo avviato. La scena del ritrovamento è satura delle intenzioni vendicative e punitive che pervadono il tentativo di suicidio e contiene tutti gli elementi che avranno svolgimento nel periodo successivo al gesto: l'ostacolo insormontabile, i cortigiani che non lo hanno saputo trattenere dal diventare insormontabile o che hanno legittimato ed approvato la sua condotta vengono ripagati con la stessa moneta; ora debbono vergognosamente starsene seduti dinnanzi al medico del pronto soccorso, e poi raccontare la storia allo psichiatra di turno, e ancora affrontare il temuto ed oltraggioso psicologo che prima ancora di entrare nella stanza per il solo fatto di esistere li mette alla gogna e li addita al ludibrio del gruppo di appartenenza ove figuravano come mestieranti di buon livello e nessuno poteva sospettare potessero in realtà avere quel po' po' di problema in casa e per di più non si sono accorti di nulla, sordi, ciechi, irresponsabili. Denudati in pubblico, forse finiranno nella cronaca cittadina del giornale e la vendetta si compirà: esposti nudi, oltraggiati fino al desiderio di scomparire, cambiare casa, città, non affrontare l'inferno dello sguardo dell'altro.
Siccome la vergogna deriva il più delle volte dalla paura di potersi trovare in una situazione nella quale si verrà umiliati e perciò ci si vergognerà. orribilmente, colui che ti denuderà e denuncerà al mondo la tua bassezza diviene ovviamente l'ostacolo insormontabile.
L'ostacolo insormontabile è costruito attraverso la proiezione su un oggetto esterno che si presti ad accoglierla, o per caratteristiche di personalità, più spesso per il ruolo sociale che ricopre nella relazione col soggetto (insegnante, educatore, partner di coppia, gruppo di amici, allenatore, mentore, eccetera) di aspetti molto primitivi dell'Ideale dell'Io che giudica in base a criteri di bellezza, prestazione insolita e talentuosa, legame di indistinta appartenenza, devozione fino al sacrificio di molti altri Sé potenziali, disponibilità ad accettare l'appartenenza segreta e fusionale reciproca come destino fatale, fedeltà al progetto sottoscritto segretamente di una grandiosa ed esibizionistica realizzazione vissuta come mission affidata all'eletto perché vocato a realizzarla ma impossibilitato a concretizzarla compiutamente se non in segreta alleanza simbiotica con l'oggetto che garantisce della validità della promessa. L' ostacolo insormontabile nasce dalla mostruosa metamorfosi del rifornitore di preziosità e unicità in esattore della prestazione convenuta, minaccioso controllore capace di ritorsioni crudeli perché reso furibondo dal voltafaccia imprevedibile, annichilito dalla diserzione, addolorato al di là delle sue esigue capacità di tolleranza e risimbolizzazione da ciò che nell'ombra il soggetto ha invece combinato, un altissimo tradimento, una diserzione per il pugno di lenticchie o di dollari di soddisfazioni immediate e di infimo profilo invece che la paziente e raffinata realizzazione del progetto segreto, della luminosa mission che legittimerà i sacrifici imposti ad altri Sé messi a tacere dal coprifuoco decretato dalla difficoltà di adempiere all'alto compito che compenserà della vita sacrificale e spesso masochistica che il soggetto ha dovuto praticare.
L'ostacolo diviene insormontabile perché è strutturalmente debole e bisognoso della fede e della sacrificalità del soggetto che nel frattempo ha ampiamente speculato sui vantaggi che l'attribuzione della missione speciale gli ha erogato. La debolezza dell'ostacolo, i suoi aspetti vanesi ed egoistici, la sua infatuazione smodata fanno temere un tragico voltafaccia, una rappresaglia totale, una denuncia a tutto il mondo della ignominia subita, la messa alla gogna, l'insopportabile esternazione del dolore inflitto dalla serpe in seno, bugiardo, velenoso, vile, che mentiva da mesi conducendo una doppia vita imbrogliona, godereccia, immemore del patto sottoscritto e dei voti spergiurati.
Con l'ostacolo insormontabile il soggetto aveva nel tempo dell'idillio e della reciproca estatica contemplazione stabilito una relazione capace di far vivere le sue proiezioni nella mente dell'oggetto, costringendo a sentirle come sue emozioni e fantasie, avvinghiandolo fino a diventare un prolungamento delle intenzioni del Sé, che nel frattempo si sentiva sempre più autorizzato a credere nella falsa credenza del luminoso progetto futuro che sanciva come tollerabile lo stile masochistico della vita condotta.
L'ostacolo è insormontabile perché tanto più il soggetto diviene adolescente e avverte perciò la necessità di svincolarsi dalle sue trame e dalle proprie, tanto più esose divengono le richieste implicite dell'oggetto e sempre maggiore il bisogno della sua tutela poiché il soggetto stenta a trovare altre forme di rifornimento di valore, unicità e preziosità.
Al di là dell'ostacolo insormontabile c'è il nulla, non c'è mai stato altro, tutta la crescita si è consumata all'interno del suo orizzonte: l'adolescenza consente di intravedere al di là del vecchio oggetto alcuni barbagli di nuovi ed indefinibili oggetti, tutti però caratterizzati dall'inquietante tendenza ad erogare imprevedibili frustrazioni e ambigue richieste di trasformazione in vista di un negoziato abbastanza umiliante rispetto ai vantaggi che promette.
L'ostacolo è insormontabile perché non ha alternative credibili: è obbligatorio ammansirlo, evitare la ritorsione impensabile della perdita del suo sguardo di ritorno che eroga il nutrimento narcisistico indispensabile alla sopravvivenza psichica del falso Sé che è comunque l'unico in grado di funzionare in attesa dell'arrivo dei terrestri che potrebbero riportare con i piedi per terra e rendere pensabile un destino comune al posto della missione speciale di cui si sono intravisti solo sporadici segnali premonitori pagati a prezzo inscusabile.
L'ostacolo insormontabile deve il proprio potenziale annichilente al fatto di essere situato in mezzo alla strada della crescita: la sbarra, non c'è nulla da fare, è un passaggio stretto e decisivo: lo scontro frontale con l'ostacolo insormontabile proprio in quanto l'ostacolo è tale comporta inevitabilmente che il soggetto soccomba poiché la possibilità di avere accesso al futuro e alla realizzazione piena del Sé è perduta. L 'ha requisita l'ostacolo e sottratta al soggetto, destinato a rimanere quello che è per sempre, eternizzato nell'assenza di valore e scopo comprensibile.
Perché ha qualche possibilità di successo l'elaborazione dei motivi che hanno portato alla costruzione dell'ostacolo insormontabile piuttosto che il tentativo di collegare l'ostacolo adolescenziale attuale alle nefandezze sublimi e indimenticabili dell'oggetto primario cattivo, anzi un po' buono e molto cattivo quando gli pareva a lui? Perché è possibile ipotizzare che dopo il TS ci sia una particolare arrendevolezza dell'ostacolo insormontabile ed una ripresa sia degli aspetti arcaici della relazione che il rilancio della politica del suo disinvestimento in vista di allocare le risorse sui nuovi oggetti: è una fase di breve durata, destinata, se non sostenuta e pilotata dalle risorse evolutive, a nuovi scontri, sempre più pericolosi e definitivi. Però c'è un nuovo spazio virtuale di elaborazione e le rappresentazioni del Sé alle prese con le aspettative e le seduzioni dell'ostacolo insuperabile possono diventare molto nitide come se il tentativo di suicidio autorizzasse ad una sia pur breve vacanza, ad un piccolo carnevale in cui ogni scherzo vale anche quello di pensare e capire che la forza dell' ostacolo consiste nella sua debolezza di ora e di sempre.
Se è questo il motivo per cui lo si è compiaciuto fino all'olocausto allora, in considerazione della licenza speciale ottenuta grazie all'essere adolescente, si può prendere in considerazione anche la prospettiva di sacrificarsi meno e divertirsi un po' di più, prospettiva su cui apparentemente sembra concordare anche qualche sodale dell'ostacolo insormontabile che lancia messaggi di consenso, che a sostenere la debolezza dell'oggetto ci pensa lui e intanto il soggetto può tentare uno svincolo che senza TS non sarebbe neppure stato pensabile. E' in questo senso che mi sembra lecito sostenere che, in questa specifica circostanza, il ricorso al modello evolutivo suggerisca un tipo di intervento clinico che ha forse più chances di quello messo a disposizione dal modello psicopatologico, che ha ogni tipo di diritto a pretendere di decretare quale debba essere la strategia dell'intervento in quanto modello più forte, collaudato e adatto a fronteggiare i rischi di situazioni cliniche tanto esposte, ma che può temporaneamente cedere il passo al più agile ed astuto modello evolutivo che dispone di maggiore ed efficace alleanza con le motivazioni fase specifiche a trovare soluzioni adattive in tempi sopportabilmente brevi anche se di durata più aleatoria.
Voglio sostenere una prospettiva in fondo di buon senso clinico. Al Sé adolescenziale, o a quella parte di Sé ancora capace di sperare interessa molto nel periodo della crisi suicidale capire come mai il suo protettivo ed inalienabile oggetto primario sia divenuto così pericoloso tanto da sembrargli impossibile la sopravvivenza se non dopo averlo placato e al tempo stesso averlo messo in scacco con un gesto atroce, frutto di una crisi di vergogna ingovernabile con azioni più miti. Le proiezioni possono essere più facilmente ritirate e i comportamenti e le proiezioni dell'oggetto possono mitigarsi notevolmente sotto l'onda d'urto del trauma che induce a mitissimi consigli e spesso a interessanti rinegoziazioni quanto meno del livello di aspettative e conseguentemente della implicita minaccia di svergonare dinnanzi al tribunale della storia famigliare. Ritirando le proiezioni e ammorbidendosi le aspettative segrete dell'oggetto insormontabile, divenuto temporaneamente disponibile ad abbassarle a zero pur di essere rassicurato di non essere causa di morte invece che fonte di vita, si riduce rapidamente l'incubo di vedersi la strada sbarrata dal patto sottoscritto a propria insaputa vendendo l'anima al diavolo in cambio di un sorriso compiaciuto e pieno di ammiccanti sottintesi. Diviene possibile la confessione della propria ignominia seguita dal sorprendente consenso proprio da parte dell'ostacolo insormontabile ad essere quel nulla che si è sempre stati; è finita l'era dei prodigi, s'avvicina il tempo della resurrezione, l'agnello sacrificale s'appresta a farsi uomo, più spesso donna, dato il numero ben maggiore di ragazze che tentano il suicidio rispetto ai ragazzi che quando decidono di attaccare il corpo poco si curano della sua bellezza e perciò lo deturpano con strumenti letali.
Sono convinto che ci si vergogni a tutte le età, ma che in adolescenza ci si vergogni tutti, molto e che sia uno dei tanti problemi dell'adolescenza quello di diventare svergognati e moderatamente spudorati senza rischiare di perdere il senso del limite e della decenza. Per alcuni adolescenti la vergogna diventa il problema principale (vergogna del corpo, della famiglia, della statura, della voce, della follia, della sessualità eccetera), soprattutto vergogna per non essere all'altezza di una nebulosa aspettativa interna orientata a denigrare comunque qualsiasi risultato e performance. La pervasività di questo affetto doloroso ma formativo è molto elevata e, a mio avviso le difese che l'adolescente escogita per non provare crisi acute di vergogna assomigliano alle difese rispetto alla ferita narcisistica, ma non lo sono del tutto poiché non sono in grado di organizzare tutto il sistema rappresentazionale. Ad esempio le fobie impostate dalla vergogna non hanno certamente le caratteristiche delle fobie nevrotiche ma la perentorietà delle proiezioni, delle massicce e concrete identificazioni proiettive o sono effimere, oppure ingravescenti fino a rasentare il delirio di trasformazione corporea, la negazione massiccia della realtà corporea o del giudizio sociale. Insomma la vergogna adolescenziale ha delle caratteristiche di consapevolezza, di accesso alla rappresentazione e alla parola che non ha certo la crudezza inaccessibile del cupo e remoto dolore narcisistico dei disturbi della personalità anche se possono diventarlo, preluderlo, prepararlo o essere da lui stesso generate e alimentate. Inoltre ha la caratteristica di determinare implosioni acutissime, disorganizzanti, non gestibili, appunto insormontabili, crisi acutissime di vergogna che hanno delle manifestazioni peculiari sia nel mondo interno sia per i comportamenti che innescano fra i quali anche la crisi suicidale nel corso della quale purtroppo può imporsi l'illusione che si possa scomparire senza morire, attaccare il corpo senza ucciderlo, sparire dalla scena e spiare da dietro le quinte l'effetto che fa. Questi sono problemi legati al percorso evolutivo, all'età, non necessariamente ad una patologia, ad una grave crisi evolutiva della quale è incerto l'esito. Ci si può ammalare ma può darsi che aiuti a crescere, che sia la soluzione atroce ad un piccolo problema che si è amplificato a dismisura nella cassa di risonanza della mente adolescenziale ancora incapace di tollerare il dolore mentale, di simbolizzarlo, verbalizzarlo e conseguentemente organizzare difese adattive. Generalmente le cure spontanee degli adolescenti sono peggiori dei mali che vorrebbero curare o comunque sono smodate, monumentali, prodighe e ricche di effetti secondari assai nocivi alla salute scolastica, sociale, familiare e mentale.
Ecco perché un intervento clinico che decida di favorire l'elaborazione di tematiche specifiche dell'adolescenza, affetti fisiologici ma che per l'intensità e l'inesperienza della mente adolescenziale divengono micidiali, vengono espulsi assieme ad altri contenuti mentali e vengono proiettati sul corpo guardato in cagnesco come fosse il responsabile del disonore o di tutti i propri fallimenti.
Ricordo una frase di un paziente molto anziano del quale stavo raccogliendo le notizie cliniche da giovanissimo medico assistente in un reparto di medicina generale che sollevando le coperte ed indicando il suo pene mi disse: "Lo vede, è lui la mia malattia; è lui il responsabile di tutte le mie disgrazie; me lo tagli; è l'unica cura possibile; lo chieda a lui cosa mi ha costretto a fare e subire". Gli adolescenti in certi casi la vedono così: guardano l'immagine deteriorata ed incompleta del corpo, scuotono il capo e sussurrano: "Così non và, meglio eliminarlo". Se sono femmine possono limitarsi a dimagrirlo, se sono maschi possono anche sparargli, o appenderlo come un salame ad una corda. In quel momento sono pazzi? Forse, ma se si salvano è meglio non considerarli sempre e comunque tali, ma aiutarli a ricostruire i motivi per i quali hanno escogitato una soluzione atroce e folle ad un problema grave ma che non sempre è dovuto all'essere del tutto pazzi; ci vuol tempo per impazzire, anche se spesso lo si diventa in un attimo, ma può succedere che durante una grave crisi evolutiva ci si comporti come dei pazzi senza esserlo davvero. Regalare l'identità di malato mentale ad una ragazzina in crisi è un lusso che non possiamo concederle; se ne approfitterebbe e sarebbe uno dei tanti vizi che diamo ai ragazzi; è più educativo imporre una forte assunzione di responsabilità nei confronti di ciò che si è e si è fatto e non accampare folli pretesti che autorizzano a considerarsi degli irresponsabili.
E' una passerella stretta quella su cui transita l'intervento clinico in adolescenza nel corso delle concitate consultazioni in occasioni di gravi crisi, espressione di un dolore mentale profondo, che ha origini remote e che sicuramente è alimentato da una lunga storia di traumi cumulativi, di deprivazioni, spesso di violenze ed inadeguatezze educative familiari e del contesto di crescita allargato. Una passerella sospesa fra il sempre disponibile ritorno all'uso del paradigma psicopatologico col suo setting collaudato e il terreno, a mio avviso infido, dei colloqui cosiddetti di sostegno, di spensierata presa in carico psicologica in attesa di imperscrutabili e spesso inesistenti e millantati sviluppi successivi, troppo banali per non sconcertare ragazzi molto sofferenti, in attesa di interventi più intelligenti di quelli che già gli adulti di riferimento hanno tentato senza esito appunto perché troppo banalizzanti, rassicuranti, cioè privi di empatia, retorici, esortativi, spesso moralisticamente sbrigativi, molte volte impauriti da ciò che i ragazzi in crisi lasciano intravedere, che di null'altro parlano se non della follia e della morte.
Si tratta di essere risoluti nell'accettare la sfida di un lavoro tempestivo imposto ma anche concesso dallo scompaginamento delle difese, che consente di intercettare problematiche affettive e relazionali attuali, caratteristiche dell'adolescenza che sta fallendo, che s'è ingarbugliata nell'intrico di relazioni familiari, amicali, scolastiche, sentimentali di cui l'adolescente ha perso del tutto il controllo, a volte anche cognitivo, di cui non riesce a parlare perché è confuso lui quanto lo è l'ambiente in cui vive in cui ormai si risponde colpo su colpo, a cortocircuito, nel frastuono dello smottamento di macerie educative, rivolte inconcludenti, repressioni vendicative e figlicide. Nel caso della crisi suicidale si appalesano delle dinamiche del tutto fase specifiche su un ordito tessuto negli anni precedenti: se ci si avventa sulle dinamiche fase specifiche si sceglie la strada della tempestività, dell'intervento di crisi, della presa in carico intensiva che non rinvia nulla, che drammatizza ciò che gli altri banalizzano, che estende l’intervento a tutto il gruppo umano di cui l'adolescente fa parte e che soffre come lui, nella convinzione che "metterla giù dura" sia molto meglio che metterci una pezza che rischia di rendere la piaga cancrenosa. Nel Veneto direbbero "pexo il tacon del buso", intendendo che a volte il rammendo fatto in fretta e male è peggiore del buco o dello strappo: certi rammendi psicologici lasciano una traccia irrimediabile e impediranno per anni di aver fiducia negli specialisti.
L'intervento clinico su ambedue i genitori come obbligatorio potremmo considerarla un'altra caratteristica della presa in carico dell'adolescente reduce da una crisi suicidale. Vorrei provare ad enunciare i motivi teorico clinici che mi hanno indotto a scegliere questa via, per altro già ampiamente battuta da molti altri gruppi di psicoanalisti dell'adolescenza che guardano da tempo alla famiglia dell'adolescente come ad uno degli interlocutori privilegiati del loro intervento. Innanzitutto mi sembra del tutto vero che ambedue, ma più spesso più uno dell'altro, sono i reali destinatari dell'acting commesso dal figlio o dalla figlia, al di là dei falsi bersagli dichiarati dietro i quali si intravede abbastanza chiaramente la sagoma del genitori disturbante. Considerare uno dei due genitori non tanto come la causa o comunque il promotore dell' acting del figlio, quanto come il destinatario dell'appello che l'acting contiene, induce a prendere in seria considerazione il progetto di recapitarlo affinché il figlio non sia costretto ad alzare il volume e la gravità dei gesti da compiere per riuscire a farsi intendere. Mi sembra una della funzioni cruciali dell' intervento clinico quella di distillare l'acting e intercettare il messaggio rivolto al genitore; senza un esperto che sappia come procedere in questa complessa opera di mediazione è elevatissimo il rischio che l'acting lungi dal contribuire ad una migliore intesa, complichi ancor più la comunicazione, distorcendo ulteriormente le immagini reciproche e aumentando il livello di ansia e conseguentemente la rigidità delle difese e dei pregiudizi dopo una breve luna di miele ed uno sfoggio di buone intenzioni innescate dalla scoperta delle impensabili capacità di commettere gesti apparentemente insensati del figlio.
Generalmente il processo all'interno del quale si addensano i conflitti più gravi, meno verbalizzati, a volte neppure pensati è ovviamente quello della individuazione, della separazione, della rottura della dipendenza. Le angosce “genetiche", soprattutto sperimentate dalla madre, sono a volte di eccezionale intensità e promuovono difese molto rigide che interagiscono con le ansie di abbandono, i sentimenti di colpa e di vergogna del figlio che rischia di dovere esercitare la forza della disperazione per darsi la dimostrazione momentanea di potercela fare e di non essere condannato a rimanere figlio per sempre sequestrato dall'ansia della madre e dalla propria rinnegata dipendenza che tracima dai travestimenti pseudoemancipati ed individuati, spesso energicamente pseudo aggressivi.
La natura del messaggio è generalmente di marca prettamente adolescenziale; si tratta di bisogni emergenti altamente conflittuali, vissuti profondamente come inaccettabili narcisisticamente dalla madre e ritenuti dal Sé infantile dell' adolescente potenzialmente distruttivi dell'oggetto nei cui confronti vige ancora la fantasia di doversi assumere elevatissime responsabilità di natura depressiva. Come salvare la madre dal tornado adolescenziale è spesso il tema centrale di molte adolescenze sia maschili che femminili; il problema è come tenerla in vita mentre la si uccide e la questione appare spesso insolubile soprattutto se la madre sfoggia la propria debolezza ed il fondato timore che la perdita del sostegno narcisistico del figlio possa deprimerla oltre il livello di tolleranza per altro già manifestamente piuttosto basso.
D'altra parte il figlio condivide spesso le angosce genetiche della madre; neppure lui sa come andrà a finire la propria metamorfosi ed è lungi dal poter rassicurare che dalla crisalide uscirà una bellissima farfalla e non un rivoltante scarafaggio. La metamorfosi ha per statuto un esito aleatorio e nessuno sa come andrà a finire, né la madre, né il figlio; e se il bambino d'oro diventasse un orribile tossicodipendente, uno sporcaccione, un'artista di strada, un giocoliere impenitente, una donnaccia senza pudore e dignità? Madre e figlio guardano l'orizzonte della crescita ma la nebbia impedisce di vedere cosa si profili; nel frattempo quello che succede e più spesso proprio il fatto che non succeda mai nulla, non rassicura costringendo la madre a gestire angosce sempre più motivate ed il figlio a trovare soluzioni rapide, decisive e perciò spesso perigliose ed incerte negli esiti. In queste condizioni di stallo può succedere che il figlio debba mandare un messaggio urgente alla madre, ma che non sappia e non possa farlo con le parole. Se il messaggio non viene recepito e non produce trasformazioni si profilano ulteriori guai.
Penso che non sia affatto semplice capire quale messaggio contenga l'acting andandolo a chiedere direttamente o indirettamente al figlio, blindandosi nella relazione riservatissima con lui aspettandosi che dagli incontri segreti si possa uscire col messaggio decriptato e recapitarlo al legittimo destinatario. In realtà spesso non è affatto sufficiente chiederlo al protagonista, è necessario ascoltare a lungo i genitori e porsi nel crocevia della loro interazione più che decennale col figlio nella prospettiva di ricostruire il puzzle di una comunicazione spesso di imprevedibile complessità. Soprattutto nelle famiglie a bassissima conflittualità, che utilizzano il sistema educativo della vergogna, dotate di armadi ricchi di scheletri, con patrimonio normativo minimalista, che ovviamente sono attualmente molto diffuse ma che comunque sono la tipologia di famiglia più frequente alle spalle di figli che commettono atti sacrificali nei confronti del corpo biologico, è molto difficile ricostruire la vicenda segreta che si è conclusa col tentativo di uccidersi con le proprie mani da parte del figlio.
C'è stata istigazione da parte della madre depressa o da parte del padre rivale, disertore, geloso dell'adolescenza sia del figlio maschio che della figlia femmina? Perché la vicinanza quasi simbiotica non è stata in grado di raccogliere e dare valore ai segnali di disagio del figlio, anche se debbo ammettere che è solo col senno di poi che certe segnalazioni antecedenti all'acting acquistano significato premonitore? Qual’è il sistema educativo utilizzato in famiglia, in che senso il gesto del figlio potrebbe esprimere l'impossibilità di dire di no, di dire di sì, di decidere? Perché aspettative così elevate, da quale livello generazionale provengono, perché contava più la bellezza della persona che la sua eticità? Perché non era facile mentalizzare la corporeità sessuata e generativa all'interno di quelle relazioni con i genitori? Quali traumi recenti hanno minacciato o realizzato di mortificazione o di umiliazione il figlio? Come si è costruito l'ostacolo insormontabile? In che senso l'azione violenta e disperata del figlio può aprire un varco comunicativo e consentire il ritiro delle reciproche proiezioni mettendo le premesse di possibili processi di individuazione e marchingegni capaci di elaborare il lutto narcisistico in modi meno spericolati? Perchè è nato il bambino, quale mission doveva adempiere, perché era così difficile dare le dimissioni come succede in tante altre famiglie in cui in occasione dell'adolescenza i figli annunciano di dimettersi dalle cariche e missioni narcisistiche loro attribuite durante l'infanzia, spesso anche su incarico dei nonni, e di volersi ritirare a vita privata, preferendo di gran lunga essere prima uguale agli altri e poi diverso, perché se lo si dà per scontato di essere diverso diventa molto difficile sia farsi degli amici che inserirsi davvero nella vita della coppia eterosessuale? Quante possibilità ci sono che la competenza di ruolo consenta ad almeno uno dei due di porsi in posizione di ascolto del messaggio del figlio onde organizzare una risposta intelligente che non sia banalizzante o espressione di esagerata colpevolizzazione o subdolamente vendicativa per l'affronto subito?
Nell'esperienza fino ad oggi effettuata mi sono convinto che per riuscire a far presto e relativamente bene sia opportuno interagire con la madre e il padre del reduce dal tentativo di suicidio separatamente, offrendo loro due psicologi clinici diversi che siano esperti di valutazione della competenza di ruolo e sia motivato a raccogliere la rappresentazioni del ruolo materno e del ruolo paterno tentando di evitare la peraltro inevitabile contaminazione da parte del ruolo coniugale e della relativa conflittualità e tentando anche di preservarlo dall' influenza che ha la cultura della coppia genitoriale sulla maternità e paternità. Non si tratta di un compito semplice, ma non è neppure impossibile porre ascolto selettivo al linguaggio della cultura affettiva della madre, sempre così diverso da quello che viene intonato quando a raccontare la storia e le bugie sono i due genitori assieme che presentano la cultura della coppia genitoriale, spesso davvero difforme dalla storia e dalle invenzioni di ciò che ha capito il padre nella sua privata e ben diversa gestione della genitorialità, spesso molto critica nei confronti di come esercita la funzione di genitore l'altro partner, sospettato nell'occasione di non aver sorvegliato e provveduto e prevenire l'incidente di percorso.
Ciò è soprattutto vero per ciò che concerne il padre, destinato se lo si ascolta assieme alla moglie madre a patire la maggior quantità di informazioni di cui ella dispone e a ripetere in sede di colloquio ciò che succede a casa e cioè di delegare i contatti col mondo delle istituzioni parafamiliari e ritirarsi in uno sprezzante Aventino educativo. Il padre ascoltato da solo racconta storie diverse da quelle che lascerebbe raccontare alla madre se fossero assieme; racconta la storia della propria formazione ed è proprio il canto del padre che egli intona, non quello del genitore che è altra faccenda, ben diversa perché nasce dalla mediazione con la prospettiva materna e si discosta anche dalle rivelazioni che potrebbe essere indotto a fare se lo si ascoltasse come marito della madre del figlio, cioè complice di una coppia coniugale inopinatamente trasformatasi in coppia genitoriale all'interno della quale può succedere che il padre taccia e acconsenta fino al giorno in cui il figlio rischia di morire ed allora comincia a raccontare e parla a titolo personale. Può anche succedere che non si riesca ad aiutare il padre a parlare da padre e si debba accontentarsi delle rivelazioni che può fare un marito o un genitore che sono spesso utili e interessanti ma non aiutano a realizzare l'obiettivo per cui si è lì riuniti che è di capire quanto il padre in quanto padre sia disponibile a mettere le proprie risorse di ruolo al servizio della ripresa evolutiva del figlio. E' noto infatti che spesso le crisi adolescenziali hanno come obiettivo strategico quello di riuscire a rendere il padre meno assente col figlio e più vicino alla madre.
Quanto alla madre anch' essa va ascoltata individualmente perché è urgente che emergano le rappresentazioni prevalenti del processo di separazione dal figlio inesorabilmente fallito dato il motivo per il quale ci si ritrova a parlarne. E' necessario che ella possa intonare il proprio canto materno solitario e disperato e sia aiutata ad utilizzare tutte le proprie competenze di ruolo per recepire il messaggio del figlio e negoziare con lui la fine delle ostilità e l'organizzazione di una pace conveniente per tutti. Sul tema della vergogna, umiliazione, mortificazione, rabbia e desiderio di vendetta del figlio, sulle ragioni profonde per cui il figlio non sia riuscito a mentalizzare il proprio corpo e abbia quindi potuto attaccarlo come non fosse lui stesso ma un burattino o un piccolo robot, sui motivi che possano averlo indotto ad uno scacco grave della capacità di simbolizzazione e costretto a concretizzare atrocemente la resa all'ostacolo insormontabile, la madre ha molto, anzi tutto da dire ed aiuta a capire; se non si capisce come è possibile anche solo immaginare di poter aiutare gli altri a capirci qualcosa di ciò che è successo e potrebbe ancora succedere?
Quando si è riusciti a capirci qualcosa, il più tempestivamente possibile è quanto mai opportuno, anzi obbligatorio organizzare un incontro fra i genitori ed il figlio per restituire tutto ciò che si è riusciti bene o male a capire e formulare assieme il progetto che dovrebbe garantire una rapida ripresa evolutiva anche se la durata del lavoro complessivo è generalmente piuttosto lunga. Nella nostra esperienza si tratta di un intervento clinico di elevata complessità e dotato di obiettivi motivanti ma anche fonte di notevole ansietà. E' naturale che i genitori arrivino all'incontro portatori della domanda cruciale: "Allora dottore ci dica cosa è veramente successo? Perché l' ha fatto? Lo rifarà? E' un sintomo di malattia o è stata un disgrazia, un raptus, l'effetto degli spinelli?". E che il figlio sopraggiunga con la richiesta di tornare alla normalità dopo che si sia fatta chiarezza sulla natura del messaggio che ha lanciato compiendo il gesto terroristico e disperato.
Non si tratta certo di aspettative di basso profilo e naturalmente non è affatto vero che si voglia fare luce davvero su questioni tanto complesse; il più delle volte direi che è più una aspirazione del clinico che un bisogno del terzetto familiare quello di fare chiarezza, distillare il gesto, donargli senso, individuare il destinatario dell'intento comunicativo che costituisce uno dei fattori che lo ha promosso, recapitarglielo, accertarsi che sia stato ben compreso, elaborare la gravissima ferita narcisistica che il rifiuto di continuare a viver quella vita ha inflitto ai genitori, temperare la vergogna nei confronti dell'onta di famiglia, riorganizzare la speranza che non tutti i mali vengano per nuocere, che anzi ci voleva il trauma per sistemare molto meglio le cose e garantirsi futuri più liberi e sereni, ma che comunque c'è un grosso lavoro da fare, le medicazioni non hanno concluso il lavoro ma anzi hanno decretato l'urgenza di iniziarlo quanto prima e di buonissima lena. Individuare perciò gli obiettivi di questo incontro che per il momento trovo pertinente definire di "restituzione" non è affatto semplice in quanto esso rappresenta da un lato la chiusura della fase di intervento di emergenza ma è del tutto necessario evitare di autorizzare il terzetto a ritenere chiusa la partita che in realtà è appena iniziata e nessuno può sapere quanto durerà e come si concluderà. Trovo corretto il termine restituzione perché di fatto l'incontro prende le mosse proprio dal tentativo del clinico di riferire cosa si sia compreso dal confronto fra i diversi materiali emersi nei colloqui con la madre, da quelli col padre, da quelli col figlio; emergono delle ipotesi, un universo di rappresentazioni, narrazioni diverse o convergenti, insomma, nel clima concitato e spesso assai angosciato dei primi giorni dopo il tentativo di suicidio, ognuno ha detto la sua verità, impegnandosi moltissimo nella speranza di essere perdonati, assolti o condannati a pene miti, anche se l'auspicio prevalente è che si possa considerare il tutto una ragazzata, una bravata, un impulso di collera più che di dolore, un modo per farsi notare per attirare la ambigua benevolenza che fin dalla porta del pronto soccorso è destinata al giovane aspirante suicida che spesso viene più rimproverato per quello che ha combinato che diventare destinatario delle richieste di perdono da parte degli altri protagonisti del dramma.
Trovo corretto il termine "colloquio o incontro di restituzione" anche in un senso meno esplicito, diciamo più psicoanalitico, in quanto esso avrebbe la non dichiarata ambizione di favorire la restituzione di ciò che appartiene all'uno e di cui si è invece impossessato l'altro; è urgente almeno iniziarlo questo lavoro di restituzione di ruoli o funzioni usurpate o regalate o imposte, di modo che il figlio fa il genitore, il padre fa il bambino, la madre prende in sposo il figlio e spodesta il padre, la figlia attacca la madre ma in realtà le fa da madre e si riduce a fare la nonna di se stessa e tutte le altre mille combinazioni che fanno da sfondo alla perdita dei limiti intergenerazionali e delle funzioni genitoriali nella famiglia dell'aspirante suicida: reistituzionalizzare i ruoli e le funzioni, restituire le mansioni a chi di dovere; almeno pronunciarle queste metafore; il momento è molto propizio poiché madre, padre e figlia sono davvero alla ricerca della verità, dell'errore, del nuovo modo di organizzare le relazioni affinché non si debba rischiare di morire per dirsi come stanno le cose e che si è stufi di ricoprire un ruolo che è vantaggioso da figli bambini ma che è mortifero durante l'adolescenza perché certi mestieri in famiglia si possono fare solo a tempo pieno.
Ed ancora mi sembra pertinente l'uso del termine colloquio di restituzione perché avrebbe l'ambizione di favorire l'avvio del lavoro di restituzione delle proiezioni reciproche di modo che ciò che vive nella mente della madre come proiezione del figlio tomi nella mente del figlio e la madre sia più libera di sbagliare ad interpretare la parte, ed il figlio sia messo in salvo dalla gragnuola di identificazioni proiettive che lo bersagliano da tutte le parti e da tutte le generazioni di cui è composta la famiglia a cui appartiene, anche troppo in quanto vorrebbe esserne un po' meno posseduto.
Di restituzione anche perché effettivamente si restituisce ai legittimi proprietari il significato simbolico di ciò che hanno detto, il valore relazionale di ciò che hanno sostenuto, il senso educativo di ciò che hanno detto di aver fatto o omesso di fare. La restituzione dovrebbe svolgere la funzione di elaborare il lutto patito e tuttora in corso attraverso una apertura del processo di simbolizzazione intrafamiliare e nel contempo o in rapidissima successione dovrebbe aprire la partita della riorganizzazione della speranza e pertanto della formulazione di un progetto che funzioni in modo radicalmente preventivo nei confronti della recidiva del gesto suicidale; questo è un risultato irrinunciabile e costituisce la motivazione centrale del cambiamento almeno per quanto riguarda i genitori e il loro accettare di coinvolgersi in un lavoro di larghissimo respiro, tutt'altro che facile, senza dubbio abbastanza doloroso.
A questo intervento nelle vicinanze temporali del gesto suicidale faranno ovviamente seguito altri colloqui che materializzano il progetto che è stato predisposto nel corso del colloquio di restituzione. Si tratta di un processo più o meno lungo, il termine del quale è raggiunto allorché si abbia ragione di ritenere che i principali fattori che potrebbero congiurare ad ispirare una recidiva dell' atto suicidale sono largamente sotto controllo e divenuti oggetto di franca discussione e di elevato livello di consapevolezza. Si tratta in genere di una trasformazione importante del modello educativo, del ritiro delle proiezioni, di un più moderato uso dell'umiliazione e della mortificazione nella relazione col figlio, di un più austero livello di aspettative nei confronti della realizzazione sociale e scolastica della sua unicità e splendore originario. E’ a nostro parere preferibile che il padre e la madre seguano percorsi separati poiché è la funzione materna e quella paterna che deve essere riabilitata, non la più vaga e meno pregnante funzione genitoriale di coppia che gestisce fenomeni molto meno complessi poiché lavora nell'area delle norme e dei limiti più che nell'area della bellezza e dell'unicità del figlio.
Ritengo che il setting che si viene a configurare abbia così una sua specificità anche grazie a questo forte investimento nell'area della riabilitazione della funzione materna e paterna: d'altra parte abbiamo fondati motivi che per capire appena decentemente come funziona la mente di un adolescente non è sufficiente avere una mappa fedele degli oggetti interni ma bisogna conoscere altrettanto bene anche quelli esterni che sono spesso molto più imprevedibili di quelli interni. I genitori dell'adolescenza sono spesso assai diversi da quelli dell'infanzia; sono molto peggiori: quando il figlio era piccolo qualche ritegno l'avevano ma ora possono dirglielo chiaro e tondo che se vuole scomparire dalla circolazione è libero di farlo, che la casa è una pensione e che abitare lì ha un prezzo e bisogna pagare la pigione altrimenti ci si trova il bagaglio in strada.
Nel complesso quindi nei casi che abbiamo avuto occasione di studiare prendendo contemporaneamente in carico la madre, il padre e la figlia adolescente ci sembra di aver riscontrato che la psicodinamica del gesto suicidale ha parecchio a che vedere col tentativo di comunicare ad uno dei due genitori un messaggio importante che è contemporaneamente di richiesta di aiuto e di odio per l'umiliazione che il suo modello educativo o il suo atteggiamento somministra alla figlia che sta cercando, in quanto adolescente, di separarsi proprio dalle esigenze tuttora vive di ottenere il consenso o quanto meno il rispecchiamento di ciò che sta succedendo. Nei casi in cui il genitore più coinvolto nel dramma ha saputo fornire una ricevuta abbastanza convincente si aprono, a nostro avviso, delle prospettive più tranquillizzanti rispetto al pericolo di una possibile recidiva del gesto suicidale perché almeno questo fattore di rischio sembra se non eliminato almeno ridotto nella sua pervasività. No ci è sembrato che possa realizzarsi in tempi rapidi un cambiamento del modello educativo, anche se nel caso di Marta la madre ha saputo in tempi relativamente brevi cambiare atteggiamento e trovare una distanza emotiva dalla figlia che ha sortito risultati non irrilevanti sulla ripresa evolutiva della figlia. Ci è comunque apparso chiaro che il gesto autolesivo regala un'onda di piena di vantaggi secondari immediati solo se all'interno del processo di drammatizzazione che noi abbiamo tentato di animare e sostenere, altrimenti ci sembra di intravedere un futuro davvero rischioso nei confronti dell'eventualità di una recidiva poiché alla vergogna originaria ora si somma la vergogna del non essere morta.
L'intervento clinico nei confronti dei genitori è in realtà stato piuttosto limitato, comunque ben lontano da ciò che si sarebbe potuto cercare di fare: ciò è avvenuto perché non avevamo messo ben a fuoco la metodologia dell'intervento e anche le notevoli opportunità che un intervento più approfondito da un punto di vista clinico avrebbero potuto comportare, mentre anche il poco che abbiamo fatto ha avuto risultanze molto interessanti non solo dal punto di vista della conoscenza diretta delle caratteristiche salienti della rete di relazioni familiari dell'adolescente aspirante suicida, ma anche per i cambiamenti positivi che si sono determinati, naturalmente non in tutti i casi con i quali siamo entrati in contatto.
Mi sembra però certo che l'intervento puntato alla rielaborazione del modello educativo faccia parte integrante dell’intervento clinico nel corso di gravi crisi evolutive e che un così deciso coinvolgimento dei genitori nel setting costituisca un elemento che sposta l'intervento più nell'area della crisi evolutiva che in quella che utilizza il modello psicopatologico che generalmente tende a lasciare molto più in ombra i genitori onde garantire l’esclusività e riservatezza del rapporto col figlio.

Riassunto

L'articolo è incentrato sulla delicata questione degli interventi clinici messi in opera dopo il tentato suicidio di un adolescente. Secondo l'autore la maggior parte dei ragazzi che tentano la morte sono difficilmente inquadrabili in una diagnosi psicopatologica di facile accesso e subitamente convincente, soprattutto per quanto attiene alla psicodinamica del gesto suicidale, che appare all'inizio più agevolmente riconducibile a problematiche critiche fase specifiche quali lutti e ostacoli insormontabili. Il tentato suicidio è stato sostenuto dall'affetto della vergogna e l'intervento clinico va dunque centrato sul sostegno offerto al ragazzo e alla sua famiglia per elaborare la vergogna, individuando chi la promuove e ricostruendo la trama delle identificazioni proiettive che hanno costruito l'oggetto capace di svergognare. Il modello psicopatologico, più collaudato e adatto a fronteggiare i rischi di situazioni cliniche tanto esposte, può temporaneamente cedere il passo al più agile modello evolutivo che dispone di maggiore ed efficace alleanza con le motivazioni fase specifiche a trovare soluzioni adattive in tempi brevi anche se di durata più aleatoria.

 

Fonte

Psychomedia

 

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