A proposito dell'invidia

a proposito dell'invidia

L’invidia è un'esperienza umanissima, vecchia quanto l'uomo. Dice un proverbio: l’invidia nacque e morirà con gli uomini. Non è casuale che ne troviamo traccia in miti antichissimi. Nella Bibbia si dice: la morte entrò nel mondo per invidia del diavolo. La stessa storia dell’uomo viene descritta nella Bibbia come storia di grandi invidiosi. A partire da Lucifero, che era il più bello e splendente degli angeli. Ribellatosi a Dio per peccato d’orgoglio è precipitato all’inferno dove diventa il capo dei demoni. Lucifero istiga Adamo ed Eva, invidioso della loro condizione soprannaturale. Caino, figlio di Adamo uccide suo fratello Abele, invidioso del fatto che Dio preferisce le offerte di Abele alle sue. Come tutto ciò che è umano è una realtà sfuggente, variegata. Non esiste al di fuori di colui che invidia o è invidiato e poiché non viene dichiarata, se ne possono solo raccogliere tracce lasciate nella letteratura (Dante, le Metamorfosi di Ovidio), nell’arte (Giotto, cappella Scrovegni), nei miti (Lucifero e mito biblico delle origini), nella cinematografia (Biancaneve) e nel teatro (Riccardo III).

L’invidia ha a che fare con l’esperienza del vedere. Etimologicamente, invidere vuol dire guardare contro, guardare di traverso: ti invidio, cioè non ti vedo e tu sei inviso, non visto (Dante e il XIII canto del Purgatorio in cui gli invidiosi hanno gli occhi cuciti con il filo di ferro).

E ciò di cui non si sopporta la vista deve essere distrutto. Da qui nasce l’idea di malocchio. Le tradizioni popolari che ancora sopravvivono in certe aree geografiche testimoniano la credenza nel potere malefico dello sguardo o meglio dell’occhio, da parte di persone che praticano deliberatamente la magia nera o che sono ritenute passivamente portatrici di forze del male. I cosiddetti “iettatori”. Secondo queste credenze lo sguardo ha una svariata gamma di influenze nocive: dalla malattia alla sterilità alla morte ecc.. Le origini vanno ricercate nell’importanza sia sacra che magica attribuita all’occhio da alcune civiltà, come quella egizia ad esempio (occhio del dio RA) oppure l’occhio di leoni e uccelli nelle raffigurazioni preistoriche.

L’invidia ha anche un aspetto di illusione che mi impedisce di vedere bene la realtà. Se questo accade già fisiologicamente, come le illusioni ottiche e la percezione gestaltica insegnano, immaginiamoci quando ci sono di mezzo le passioni umane. Per cui, l’altro ha davvero quei requisiti che io gli attribuisco e che scatenano in me l’invidia distruttrice? Tra l’altro, sempre a proposito di illusione, l’invidioso finisce col non vedere bene neanche se stesso e le cose che possiede, dimenticandosi di possederle.

La pubblicità si basa sull’invidia: ci propone di trasformare la nostra vita, comprando qualcosa in più e diventando così invidiabili. Ci suggerisce che non siamo ancora invidiabili, ma potremmo esserlo.

Gli sguardi di una pubblicità non osservano e ciò li rende ancora più invidiabili.

Un ultimo aspetto collegato al vedere è quello dell’ammirazione. Ammirare, da mirare, che vuol dire guardare. Una persona che ammira può permettersi di guardare l’altro. Ma l’invidia ne è incapace.

Modi di dire legati al vedere:

  • Accecato dall’invidia

  • Non lo posso proprio vedere

  • Il non vedere dell’invidioso diventa anche non far vedere l’invidia che prova

L’invidia ha anche a che fare con l’esperienza del dire. L’invidia è inconfessabile (Plutarco diceva: ”è l’unica malattia dell’anima che non si può nominare”), perché ammetterla vorrebbe dire mettere a nudo la propria inferiorità.

C’è anche l’aspetto della maldicenza (Dipinto di Giotto e il serpente che esce dalla bocca), che è un modo per distruggere chi si invidia. Ci sono dei modi di dire che rendono bene l’aspetto della maldicenza: morso, colpo, dente dell’invidia.

E i complimenti falsi. Falsi perché eccessivi in quanto devono compensare la mancanza di calore, di partecipazione, il sentimento negativo che li anima.

L’invidia, che non può essere né detta né mostrata, ha una caratteristica costante: la sofferenza (Forse è per questo che Dante mette gli invidiosi in Purgatorio, perché hanno già molto sofferto durante la vita. Tutti gli altri vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, gola, accidia, ira che presentano un aspetto di godimento che l’invidia non ha, vengono puniti con l’Inferno). Tutte le relazioni dell’invidioso sono attraversate dalla sofferenza. Che ha un aspetto paradossale: soffre per la felicità di un altro o al contrario gode malignamente della sofferenza altrui. L’invidioso sta all’interno di questa terrificante dipendenza dalla sofferenza o felicità altrui. Questo gli impedisce di amare e di essere amato e genera a sua volta sofferenza. È un circolo vizioso, che conduce inesorabilmente ad un impoverimento di sé.

L’invidia nasce da un senso di mancanza reale o percepita. Tu hai cose che io non posso avere. Perché tu si e io no? Questo genera una rabbia sorda, inconfessabile. Che sfocia in attacchi distruttivi, cioè elimino l’altro perché ne sento minaccioso il confronto e non posso evitarlo. Ma anche autodistruttivi. Quello che provo nei confronti dell’altro mi fa sentire in colpa, abbassa la mia autostima e aumenta il mio senso di inferiorità. Lo testimoniano alcuni proverbi:

L’invidia fa agli altri la fossa e poi vi casca dentro

L’invidia rode se stessa

L’uom che invidia ha doglie.

Oppure alcuni modi di dire: crepare, scoppiare, macerarsi di invidia oppure veleno, peste, tarlo, tormento dell’invidia

Possiamo considerare l’invidia come insofferenza verso i propri limiti. Se desideriamo ciò che per noi è possibile, li possiamo superare. Se desideriamo l’impossibile, finiamo in una prigione.

Il male, che non può essere detto o mostrato, può solo trasparire e rode dal di dentro.

L’invidia presenta anche un elemento di disperazione.

La storia culturale e religiosa ha agito pesantemente sull’educazione di molte generazioni, bollando gli invidiosi di una colpa. Anziché dire no all’invidia, bisogna chiedersi: perché invidio?

Non bisogna mai dimenticare che dietro l’invidia c’è un volto, una psiche, un corpo e soprattutto la storia di una persona. Solo così l’invidia perde la sua astrattezza e si incarna.

Dietro l’invidia ci sono degli elementi di positività, che la rendono ambigua. Possiamo dire che esiste un’invidia buona e una cattiva. La prima ha a che vedere con l’emulazione e cioè con un sano desiderio di migliorare, di cambiare, di crescere. Lo riscontriamo spesso negli adolescenti, che non sono più i bambini di un tempo e non sanno ancora che adulti vogliono diventare e si prendono a modello qualcuno da imitare.

Gli aspetti di positività dell’invidia vanno elaborati, perché non si pervertano trasformandosi in invidia. In che modo?

  • Riconoscendo e accettando i propri limiti (che ci deriva dal codice paterno). Riconosco i limiti che abitano in me, perché solo riconoscendoli come parte di me potrò dispiegarmi completamente. E’ un’operazione estremamente difficile in una società che ci spinge costantemente a superarli, dove apparire è meglio che essere e basta. Il riconoscimento, che è un bisogno dell’uomo, ci è dato pagando la cifra del successo. Come dire che è la società stessa ad innescare il meccanismo dell’invidia. Io però posso scegliere se farmi ingaggiare o meno. L’insofferenza verso i propri limiti ha una valenza molto positiva, perché è una spinta a superarli. Diventa una prigione nel momento in cui mi porta a desiderare ciò che mai e poi mai potrò avere

  • Accettando che l’altro sia altro, cioè che ha il diritto di essere quello che è. questo non lede il mio diritto di essere me stesso

  • con la gratitudine

  • con l’ammirazione. Ci sono persone che per le loro qualità di vita, per la loro umanità sono di una levatura superiore alla nostra. E lo sono nei fatti. Non si può che ammirarle. L’ammirazione è il riconoscimento della grandezza dell’altro. Non è sottomissione.

 

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