La famiglia monogenitoriale

psicologia, psicoterapia, psichiatria, attacchi di panico, fobie, disturbi umore

Il minore e il fenomeno della famiglia monogenitoriale

Il ruolo e il significato della famiglia nella nostra società si sono modificati nel corso degli ultimi decenni, in correlazione col variare di concause ed elementi culturali, economici e demografici.
Da una dimensione plurinucleare ed estesa, si è passati ad una dimensione mononucleare e ristretta. Sono infatti in aumento le famiglie monogenitoriali, dove la presenza di un solo genitore non è più imputabile solo alla vedovanza ma, più spesso, alla separazione dei coniugi, anche considerando il notevole aumento di divorzi e separazioni.
Le indagini ISTAT hanno dovuto rivedere la definizione di famiglia,giungendo alla scelta di prendere in considerazione le famiglie di fatto oltre a quelle anagrafiche, adottando il criterio di “coabitazione abituale” e il concetto di “nucleo” per identificare, dentro la famiglia, i soggetti legati dal vincolo di coppia o genitoriale. Il concetto di “famiglia come istituzione” è venuto sempre più indebolendosi a favore di quello di “insieme”.
Nella famiglia si trasformano anche i cicli della vita, i ruoli maschile e femminile, i compiti genitoriali ed educativi, i modi di vivere l’età adulta, i rapporti con la famiglia d’origine; tutti fenomeni questi che si collocano nel difficile equilibrio tra il “privato” ed il confronto con il “sociale”.
Se fino ad una o due generazioni fa esistevano molte relazioni tra coetanei (fratelli e cugini) e poche tra anziani e giovani, i bambini che nascono oggi hanno mediamente almeno tre nonni e molto spesso non hanno fratelli: mancano quindi modelli relazionali “longitudinali”, che devono essere favoriti o inventati.
Un’indagine ISTAT del 2003 fotografa la situazione. In Italia sono 1.666.000 le madri sole (il 34,5% con figli minori e il 15,5% con figli tra i 18 e i 24 anni) e 290.000 i padri soli. I nuclei monogenitoriali sono in crescita.


Il fenomeno delle madri sole con figli

Il fenomeno della famiglia monoparentale riguarda prevalentemente la donna. La ripartizione geografica evidenzia una maggiore presenza di madri sole del 26% nelle regioni del Nord-Ovest, del 23,6% in quelle del Sud, del 20,1% nel Centro, del 19,1% nelle realtà del Nord-Est e dell’11,2% nelle Isole. La maggioranza delle madri sole è vedova (54,4%). Seguono le separate e divorziate (38,3%) e le nubili (7,4%).Hanno tutte un’età giovane: 36,7% tra i 35 e i 44 anni, il 35,8% tra i 45 e i 54 anni.
Molto basso il titolo di studio. Prevalgono le donne in possesso della licenza elementare (42,7%). Seguono quelle con la licenza media (30%) e il diploma (21,3%). Solo il 6% ha una laurea. La maggior parte lavora come impiegata (18,3%) o come operaia (11,9%).
Appena il 4,2% è libera professionista, dirigente o imprenditrice. Il 48,8% delle madri sole dichiara di disporre di risorse scarse o insufficienti. Mentre l’incidenza del tasso di povertà colpisce l’11,7%.
Le madri sole con figli rappresentano uno spaccato che consente di affrontare altri nodi non risolti della società attuale: il crescente rischio di povertà, gli asili che mancano, tempi di lavoro troppo rigidi, congedi parentali che non vengono retribuiti almeno per particolari situazioni, permessi non retribuiti per malattia del bambino (entrambi i genitori hanno diritto di astenersi dal lavoro durante le malattie del bambino fino ai 3 anni di età; il diritto viene esteso anche per le malattie del bambino di età compresa fra i 3 e gli 8 anni, nel limite di 5 giorni lavorativi all’anno per ciascun genitore), gli orari scolastici che non si incontrano con il lavoro dei genitori, la condizione spesso di maggior debolezza delle donne nei rapporti con l’ex marito.
Le analisi dinamiche della povertà hanno evidenziato che le madri single hanno una maggiore probabilità di rimanere povere più a lungo e incontrano maggiori difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro dopo un licenziamento.
Si evidenzia così che la povertà spesso non è una condizione stabile, bensì trattasi di uno sviluppo nel tempo dei processi di impoverimento. Nel 2004 è emerso che le famiglie costituite da un solo genitore (donna) rappresentano una quota crescente di famiglie povere:costituiscono il 12,2% delle famiglie povere. Sebbene nel complesso delle famiglie italiane esse rappresentino l’11%, il loro numero cresce costantemente (nel 1998, erano il 9,6%).


La povertà tra le cause dell’esclusione sociale per i nuclei monoparentali

Da studi condotti in Gran Bretagna e in Germania, è emerso che le persone che vivono in famiglie monogenitoriali hanno circa un quarto delle probabilità rispetto alla media delle famiglie povere di entrare nella povertà e un rischio superiore di ben tre volte di cadere, in futuro, in tale condizione. Il tasso di permanenza in condizioni di povertà è due volte e mezzo quello riscontrabile nella popolazione povera nel suo complesso. Alcuni ricercatori inglesi hanno osservato che le famiglie monogenitoriali permangono in condizioni di povertà mediamente per 3,5 anni. Se hanno due figli, il tempo di permanenza è mediamente di 4,2 anni.
Le famiglie monogenitoriali, nate da separazioni o da divorzi,presentano dinamiche di impoverimento sostanzialmente differenti rispetto a quelle generate da vedovanze. In questi casi, infatti, le madri sole sperimentano un isolamento superiore rispetto alle vedove, la rete di aiuti informali è più debole e tale distacco dalla rete di aiuti informali e di sostegno sembra essere una delle ragioni più rilevanti che conducono ad una condizione di povertà.
Tra le madri sole, a causa di una separazione o di un divorzio, la perdita o una forte diminuzione del reddito da lavoro ha pochi margini per essere affrontato, soprattutto in quanto si indeboliscono le possibilità di costruire reti di sostegno.
Un licenziamento, periodi intermittenti di occupazione, perdita di rilevanti benefici o una sensibile riduzione del livello di reddito sono eventi, pertanto, che determinano un forte rischio di povertà, molto più elevato del rischio a cui sono esposte altre forme familiari.
Il fenomeno della famiglia monoparentale non è comunque solo italiano: in Paesi come Austria, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Andorre, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia, Armenia e Bielorussia è particolarmente critica la situazione delle famiglie monoparentali soprattutto al femminile. Queste, insieme agli anziani, rappresentano le categorie principali di persone che vivono sotto la soglia della povertà. In Lussemburgo, ad esempio, sono il 12% della popolazione, mentre in Austria il 47% dei genitori soli disoccupati sono in condizioni di “povertà cronica”, anche per la mancanza di sussidi governativi.
Ciò in parte può essere ricondotto al fatto che il sistema sociale è ancora concepito in funzione di una visione della famiglia, che appartiene al passato, con un capofamiglia che lavorava, generalmente l’uomo, e l’altro partner che si occupava dei bambini. I bassi salari, l’instabilità dell’impiego, i servizi di aiuto all’infanzia inadeguati sono elementi che avvicinano sia le famiglie monoparentali, sia quelle numerose al rischio di povertà cronica.


Bambini a rischio di esclusione sociale

Alcune organizzazioni europee (Euronet, European Childen’s Network) e la rete European for child welfare hanno presentato a Bruxelles nel gennaio 2002 un rapporto dal titolo “Inclusione dei bambini: sviluppo di un approccio coerente alla povertà dei bambini e all’esclusione sociale in Europa”.
All’alba del terzo millennio, il numero dei bambini che vivono in stato di povertà è causa di allarme. Un fenomeno che sembra riguardare 17 milioni di bambini in Europa. In alcuni stati 3 bambini su 10 vivono in famiglie con un reddito che è al di sotto del 60%, rispetto alla media nazionale, ovvero la soglia per calcolare lo stato di povertà ormai ampiamente accettata in tutta Europa.
All’interno dei Paesi dell’Unione Europea la situazione è differenziata: si va da un minimo del 5,5% di bambini che vivono questa condizione in Svezia, alla situazione della Gran Bretagna, dove i minori in difficoltà risultano pari al 30,1%. Il secondo paese dopo la Gran Bretagna è proprio l’Italia con il 28,8% di minori in stato di povertà. Studi sulla disuguaglianza hanno mostrato che per un bambino che viene da un’infanzia di privazione, le cose che si possono ottenere sono più limitate della media. Questa situazione è evidente in tutta una serie di fenomeni: mortalità dei bambini, tasso di malattia, bambini che hanno incidenti casuali, negligenza e abusi fisici, minorenni che restano incinta, povere condizioni abitative, educazione, carenza di autostima e suicidi.
Non va neanche sottovaluto il problema della percezione che i bambini possono avere delle loro condizioni. Oltre ad essere privati di opportunità e beni materiali, accumulano stress e provano dolore, quando percepiscono la loro condizione, che può arrivare a creare forme di esclusione. Compagni di scuola che sottolineano l’abbigliamento dimesso, il raffronto tra la propria casa e quella dei compagni di scuola, il non aver nessuna vacanza da raccontare, sono situazioni che possono sottoporre i minori ad una pressione eccessiva, che spesso rimane inespressa.
Oltre il 15% dei bambini italiani (con meno di 18 anni) viveva, nel 2000, in famiglie il cui reddito netto è inferiore alla metà del reddito medio: una percentuale ben superiore a quella media dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), anche se in riduzione rispetto alla metà degli anni Novanta. Due fattori spiegano tale risultato. Il primo è il contributo limitato delle imposte e dei trasferimenti sociali nel ridurre la povertà delle famiglie con figli, sia rispetto agli altri paesi Ocse, sia rispetto alle famiglie senza figli. Il secondo è il basso tasso di occupazione tra le donne con bambini.
I dati si riferiscono all’anno 2000. Sono visualizzati i tassi di occupazione per le donne di età tra i 25 e i 54 anni con uno o più bambini, con meno di 16 anni. I tassi di povertà tra i bambini sono definiti come la proporzione dei bambini (con meno di 18 anni), che vivono in famiglie con reddito netto equivalente (corretto per la dimensione del nucleo familiare) inferiore alla metà del reddito medio.
[Fonte: OCSE (2005), Extending Opportunities - How Active Social Policies Can benefit Us All, OCSE, Parigi].
Aumentare l’occupazione femminile è cruciale non solo per ridurre il rischio di povertà infantile, ma anche per aumentare la fertilità, il cui livello in Italia è tra i più bassi al mondo. I paesi Ocse con tassi di occupazione femminili più elevati sono anche quelli con fertilità più alta. Un dato questo che sottolinea l’importanza di un’offerta di servizi di custodia dell’infanzia ampia e di costo abbordabile, di forme di organizzazione del lavoro che offrano ai genitori flessibilità di orario e di un’organizzazione del sistema educativo (doposcuola, vacanze) più attento alle esigenze dei genitori.


Rischio di esclusione sociale del minore per gli effetti derivanti da separazione o divorzio

La famiglia monoparentale mette quasi sempre insieme due “debolezze”: la donna e il bambino/adolescente, con il rischio di porre in sinergia questo duplice fattore di debolezza, con un grosso rischio di esclusione sociale e di precipizio allo stato di povertà. Il divorzio è una delle cause principali, forse la più consistente, rispetto all’idea di famiglia monoparentale.
Non solo la povertà quindi, ma anche il divorzio e gli effetti che esso produce sul piano psicologico possono essere per il minore fattore di esclusione sociale.
La disgregazione del nucleo familiare sembra costituire infatti per il bambino un evento disturbante. Presupponendo che ogni bambino, per uno sviluppo armonico della propria personalità, abbia preferibilmente la presenza delle due figure genitoriali, gli risulterà difficile vivere l’esperienza della separazione e/o del conflitto familiare.
Per il bambino, specie se particolarmente piccolo, risulta sempre difficile distinguere le relazioni che intercorrono tra lui e i genitori e le relazioni intercorrenti tra i genitori stessi: se si modificano queste ultime, il bambino è portato a ritenere che si siano modificate anche le prime. Il bambino non sempre possiede quegli strumenti cognitivi sufficienti per elaborare la “perdita” di uno dei genitori e per comprendere le cause reali delle difficoltà familiari. Il bambino è spesso portato ad attribuirsi la colpa del fallimento dell’unione familiare, quanto meno perché non è stato in grado di farsi tanto amare da impedire la rottura.
Alcuni studiosi hanno affermato che la separazione è vissuta dal bambino con un misto di emozioni, che vanno dal senso di abbandono alla rabbia, dalla frustrazione ad una forma di dolore che è simile a quello provato di fronte alla morte di una persona cara.
I cinque stadi di dolore del lutto possono, infatti, essere trasportati nelle situazioni di divorzio, dividendosi in: I stadio, negazione. I bambini rifiutano di accettare il divorzio genitoriale e la conseguente perdita di uno dei genitori, arrivando a negare la realtà della separazione. II stadio, rabbia. E’ frequente che i bambini in questo momento particolare della loro vita provino rabbia o ostilità nei confronti di uno o di entrambi i genitori, dei fratelli o sorelle, degli amici e persino di loro stessi, ritenendoli/ritenendosi la causa del conflitto e/o della separazione. III stadio, negoziazione. Alcuni figli, attraverso un cambiamento comportamentale negativo  (ricatto emotivo), oppure positivo (alleanza manipolatoria), cercano di frenare il processo di separazione genitoriale o di posticiparne il distacco. IV stadio, depressione. Si è rilevato che i bambini in questione hanno una probabilità maggiore di sviluppare sentimenti di abbandono, di paura e si dimostrano apatici. V stadio, accettazione. Con il passare del tempo, gran parte dei bambini sembrano riacquistare una sorta di equilibrio e sentirsi a loro agio nella nuova situazione familiare, potendo risperimentare sentimenti di conferma e di accoglimento affettivo.
Un campione di 60 bambini, di età compresa tra i 6 e i 10 anni, è stato oggetto di studio in una ricerca che si è avvalsa, come strumento di indagine, del test grafico “Il disegno della famiglia” di Corman. Al riguardo, si è dimostrato come la produzione grafica infantile permetta di rilevare l’esistenza di chiare differenze individuali legate ai propri vissuti familiari. Il bambino proietterebbe sul disegno della propria famiglia come lui vive e percepisce le dinamiche familiari esistenti.
Tenendo conto dell’età, del sesso e della classe di appartenenza dei soggetti, è possibile rilevare nei disegni dei bambini aventi famiglia unita una maggiore valorizzazione dei personaggi, un maggior uso di colori vivaci, una maggior cura dei particolari apportati ai personaggi, elementi che indicherebbero una buona affettività ed un buon benessere interiore.
Nei disegni di bambini con genitori separati, invece, si riscontra una scarsa valorizzazione di sé, un utilizzo di colori più sfumati e freddi, o addirittura un’assenza di colore. Infine, dato assai rilevante, il 43,3% dei bambini omette nella rappresentazione grafica il genitore non affidatario.
Esclusione sociale per un bambino può significare, in un contesto come quello della separazione o del divorzio, vedersi costretto a scappare da una tale situazione, e rifugiarsi in un mondo immaginario, lontano, molto lontano dai crudi eventi quotidiani. Ciò comporta un netto distacco dalla realtà.
L’Unicef ha evidenziato come vivere in una famiglia dove uno dei genitori è assente, può accrescere il rischio di abbandono scolastico e contribuisce al perpetuarsi di un atteggiamento di scarsa autostima, soprattutto da parte delle bambine.
L’assenza del padre dall’ambiente familiare può essere mitigata da una legislazione sociale più avanzata, che rimuova gli ostacoli alla condivisione delle responsabilità nei confronti dei figli.
Alla Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo (Il Cairo,1994) sono state individuate alcune misure che favoriscono la conciliazione tra l’attività lavorativa e i diritti/doveri dei genitori, con speciale attenzione per le famiglie monoparentali: l’assicurazione sanitaria per le lavoratrici, la creazione di asili nido e nursery sul luogo di lavoro.
Il rapporto trilatere: minore – divorzio – povertà è stato evidenziato e studiato anche oltre oceano. Negli Stati Uniti, infatti, il tema del minore e della famiglia monogenitoriale rappresenta un aspetto nevralgico. Da uno studio condotto da The Heritage Foundation’s Center for Data Analysis (CDA), si ritiene che il tasso di povertà infantile sia da ricondurre non già alla razza di appartenenza del minore, ma alla struttura familiare. I bambini e gli adolescenti di colore, che vivono in una condizione di povertà rappresentano una percentuale superiore rispetto ai bambini di pelle bianca, ma ciò non è dovuto al colore della loro pelle.
Guardando, infatti, ai dati dello U.S. Department of Labor’s National Longitudinal Survey of Youth, si è determinato che l’incremento della povertà infantile è dovuto principalmente al fenomeno della famiglia monoparentale e alla stato di dipendenza di questa realtà sociale dai sussidi governativi.
Ricercatori americani hanno sottolineato che la maggior parte dei nuclei monogenitoriali, dove a capo della famiglia sta la donna, vive in povertà, a prescindere se la madre sola lavori o meno. Se la percentuale di minori che si trova in condizione di povertà, ma che vive con entrambi i genitori, ammonta al 10%, quella dei minori che vive in povertà, ma in seno a nuclei monoparentali, ammonta al 55%.
Ancora, 1/3 dei minori definiti “poveri”, lo sono, perché vivono in una famiglia, guidata da una madre single. Risulta inoltre che l’80% dei bambini e adolescenti che vivono con entrambi i genitori non facciano esperienza di povertà nei primi dieci anni di vita, al contrario solo il 27% dei minori che vive in nuclei monoparentali mantiene questo tenore di vita.
A questo riguardo, si ritiene peraltro che prima o poi il minore inserito in una famiglia monogenitoriale farà esperienza di condizioni di povertà nell’arco della propria infanzia o adolescenza.

 

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