DOC come reazione sintomatica ad un trauma

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S. è una giovane donna di 32 anni, venuta da me con una diagnosi di Disturbo Ossessivo Compulsivo. In cura farmacologica e psichiatrica da alcuni anni, voleva approfondire alcuni aspetti di se e della sua realtà familiare.

Venuta a studiare a Pisa, aveva frequentato l'università lontana dalla propria famiglia d'origine, che vedeva soltanto durante le feste e i mesi estivi.
Dopo essersi laureata, decise di stabilirsi definitivamente a Pisa e trovò quasi subito un'occupazione soddisfacente, che le permetteva di mantenersi e condurre un'esistenza decorosa.
Sin da quando era una ragazzina, in fase preadolescenziale, aveva sviluppato alcuni sintomi di tipo ossessivo, a cui facevano seguito le compulsioni, ovvero gli atti ripetuti.
I gesti ossessivi riguardavano la pulizia della casa e l'igiene personale.
L'adolescenza di S. fu densa di questi atti ossessivi. L'idea di sporcizia aveva sempre dato molto fastidio alla mia paziente che, solo negli ultimi tempi, grazie alla terapia farmacologica a cui era sottoposta, si stava attenuando.
Quando arrivò il momento di parlare della sua famiglia di origine, S. si fece più cupa.
Iniziò col raccontarmi della madre, che descrisse come una signora di altri tempi, molto rigida e austera con i figli (S. era la secondogenita di tre figli e l'unica femmina), ma docile e sottomessa verso il marito, un uomo autoritario, freddo e distaccato, che aveva mostrato scarso interesse riguardo alle decisioni che S. aveva preso, ostentando ostilità sulla scelta di andare a vivere in un'altra città e studiare lontana dal proprio paese di origine.
S. mi confidò di essersi sentita veramente libera e sicura, solo nel momento in cui decise di trasferirsi lontano dai suoi.
Non aveva mai avuto grosse discussioni o litigi con i suoi genitori, anche perché non aveva mai dato modo loro di dubitare sul suo comportamento e stile di vita: non era praticamente mai uscita di casa durante l'adolescenza e finché non andò a studiare lontano. Tuttavia, si era sempre sentita distante dal modo di pensare dei suoi e dal loro modo di vivere, che non condivideva. Non aveva mai ricevuto il loro affetto e la loro approvazione negli anni in cui avevano vissuto sotto lo stesso tetto.
Definì il suo rapporto con i genitori "pesante e svilente". Mi confesso di sentirsi svuotata dopo avermi raccontato delle vicissitudini con la sua famiglia.
I suoi fratelli avevano sempre avuto molta libertà di decisione, essendo maschi, mentre lei era sempre stata "ovattata e protetta entro le mura domestiche".
Ma quelle mura non l'avevano protetta abbastanza. Infatti, dopo alcuni colloqui, S. mi confidò l'evento che aveva scatenato le sue ossessioni, ovvero la vicenda che aveva segnato per sempre la sua esistenza: i ripetuti abusi da parte di suo zio paterno, quando la mia paziente aveva appena 11 anni e che durarono 2 anni, finché questo zio si sposò e andò ad abitare in un'altra città.
All'epoca S. provò a raccontare alla madre quello che le stava capitando. "Te la sei cercata" furono le parole della mamma, ormai impresse nella memoria storica della mia paziente.

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