Fallimento terapeutico: quando occorre arrendersi

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Ci sono casi in cui il professionista, pur cercando di fare del proprio meglio, non tocca le giuste corde e non riesce a creare un legame di fiducia con il proprio paziente o pazienti. Pertanto deve arrendersi all'evidenza di un fallimento. Questo è il caso di A., una ragazza di 19 anni, accompagnata dal padre, un uomo sicuro di se e dall'aria supponente, che senza tanti giri di parole, mi disse di provvedere a risolvere i problemi della figlia. Ovviamente, il mio intento era quello di far partecipare alle sedute anche il padre, avendo percepito che il loro legame, se non compromesso, fosse quanto mai indebolito. Quell'uomo fu irremovibile, venne solo ai primi due incontri, poi disse che il problema era dentro la figlia. Supponeva che avesse ereditato alcuni lati del carattere dalla mamma, una donna affetta da psicosi maniaco - depressiva, che aveva passato metà della propria vita ricoverata negli ospedali.

Da quando, tre anni prima, i genitori si erano separati, A. trascorreva la maggior parte del tempo coi nonni materni. Anche la madre, quando non era ricoverata, abitava in quella casa. Ogni 15 giorni, A. passava il fine settimana nella casa che il padre divideva con la nuova compagna e le figlie di lei, di anni 14 e 16.

Il padre di A., mi confesso di aver cominciato a vivere solo nel momento in cui si era separato dalla moglie "malata" e dai genitori di lei, anche loro squilibrati.

Le ragioni per cui aveva portato la propria figlia da una psicologa erano quella di far sì che cambiasse alcuni dei suoi atteggiamenti ("Non mi va bene così com'è, troppo apatica, rassegnata, senza un briciolo di carattere e spina dorsale, fannullona, indecisa"), che modificasse i propri voti a scuola ("è sempre stata scarsa nello studio, non si applica, è lenta ad apprendere, è stata bocciata") e che cambiasse il proprio modo di fare con la compagna di lui e le sue figlie ("Tratta la mia compagna con poco riguardo, quando viene a casa nostra non muove un dito per aiutare nelle faccende, interagisce poco con le figlie della mia compagna e le vede come nemiche, loro che sono delle ottime persone!").

Da allora io e la ragazza cercammo di lavorare sull'autostima e sull'atteggiamento da adottare nei confronti della scuola, aiutandola anche ad individuare le sue attitudini, portando alla luce le sue potenzialità e qualità, e quindi le sue necessità ed i suoi bisogni dopo la maturità.
Ma come fare affinché il suo bisogno di essere vista e riconosciuta dal padre, si realizzasse? Perché, anche migliorando i voti ed alcuni atteggiamenti, avevo il sospetto che al padre non sarebbe bastato: ormai identificava la figlia con la moglie matta e problematica di cui si era finalmente liberato per creare la sua famiglia perfetta (quella con l'attuale compagna e le figlie di lei.

Di li a poco, A. mi riferì che il padre era ancora scontento di come stava andando il percorso con la figlia e che lui avrebbe voluto che procedesse in maniera più rapida.
Poi venne in seduta ed io lo accolsi, dicendogli che quella era la strada giusta da percorrere e che lui sarebbe stato una preziosa ed insostituibile risorsa nei colloqui con la figlia, che la sua presenza sarebbe stata determinante per continuare nella giusta direzione. L'uomo mi guardò perplesso e mi rispose che lui non aveva il tempo per stare a parlare con me e con sua figlia, che il problema riguardava soltanto lei e che i piccoli cambiamenti avvenuti in sua figlia, non erano sufficienti e soddisfacenti. Pertanto i colloqui sarebbero terminati in quell'occasione.

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