Loriedo C. - Bambini sintomatici: le funzioni del sintomo del bambino e dell’adolescente all’interno del sistema familiare

psicologia, psicoterapia, psichiatria, attacchi di panico, fobie, disturbi umore

Secondo Loriedo, il sintomo può assumere due significati, tra loro diversi. Un primo corrisponde a quello di “accidente, o avvenimento fortuito”, mentre un secondo significato equivale a “urtare insieme, scontrarsi”.
Unendo insieme i due significati in un unico concetto, si avranno due opzioni:
• “Scontro tra più persone, che attiva un accidente o segnale”;
• “Accidente o segnale, che attiva lo scontro tra più persone (implica la presenza di situazioni conflittuali non risolte). 

Che valore può avere un sintomo psichico di cui sia portatore un bambino o un adolescente? Esso riveste il significato di evento contingente, che svolge il ruolo di attivazione di un disagio riguardante spesso l’intera famiglia. Si verifica in maniera frequente anche il caso in cui il sintomo di un bambino appaia come il risultato ultimo di un preesistente disagio, che ponga in contrasto gli stessi componenti della famiglia. L’Autore sostiene che il sintomo è un potente attivatore di forze di tipo coesivo, espulsivo, innovativo e protettivo, quindi viene considerato portatore di esigenze complesse.  

Poter identificare le funzioni svolte dal sintomo, nelle fasi più precoci dello sviluppo, presenterebbe alcuni vantaggi, tra cui:
1) Prevenire il contagio di altri componenti del sistema familiare;
2) La possibilità di prevenire la cronicizzazione;
3) La possibilità di modificare favorevolmente in una fase precoce la situazione che ha suscitato l’insorgere del problema.

L’Autore ricorda come le funzioni del sintomo sono state suddivise in morfostatiche e morfogenetiche.
1 - Le prime (morfostatiche), tendono a mantenere la situazione in corso e a prevenire cambiamenti ritenuti indesiderabili. Il sintomo tende infatti a garantire il perdurare delle attuali modalità di relazione, considerate meno temibili di altre che possano sostituirle. Quando si analizza il valore morfostatico del sintomo, si devono considerare tre ordini di fattori:
a. La presenza di comportamenti indicatori di potenziali tendenze al cambiamento che si sono già manifestati nel sistema familiare.
b. Il rischio di un potenziale cambiamento, che l’intero sistema familiare o una parte di esso consideri indesiderabile.
c. L’efficacia preventiva del sintomo nei confronti del cambiamento.

2- Con le seconde (morfogenetiche), si verifica la capacità di un sintomo di produrre cambiamenti, cosa che appare spesso più evidente, rispetto alla sua capacità di inibirli. L’insorgenza di un sintomo rappresenta già di per sé il manifestarsi di un cambiamento. In questa accezione, il sintomo come agente di cambiamento, tenderebbe ad attivare altri cambiamenti. Si parla di funzione morfogenetica, quando il cambiamento introdotto dalla presenza di un sintomo, produce di regola comportamenti che tendono ad opporsi rispetto al cambiamento proposto da parte di uno o più componenti del sistema familiare.
Talvolta il cambiamento indotto dal sintomo si sviluppa gradualmente nel tempo, mentre in altri casi si verifica drammaticamente, modificando nell’immediato la situazione ritenuta indesiderabile.
Inoltre, il cambiamento da produrre può riguardare la propria posizione all’interno del sistema, ma più spesso interessa gli altri ed il loro comportamento abituale. Infine, il cambiamento può essere semplicemente suggerito dalla presenza del sintomo, che in tal caso, si limiterà solo a produrre un contesto favorevole al cambiamento auspicato o, al contrario, può essere imposto attraverso una potente ed implicita richiesta di cambiamento, che non consente, o sembra non consentire, soluzioni alternative. 

Loriedo propone un elenco delle possibili funzioni del sintomo o meglio, del “comportamento sintomatico”, da intendere come preventivi, o difensivi, o di copertura, di disagi di membri della famiglia, o dei singoli o dell’intero sistema:
o Sintomo come tentativo di prevenire un cambiamento ritenuto pericoloso (ad es., un attacco di panico del bambino per “prevenire” una crisi d’ansia della madre, che avrebbe a causa dell’imminente secondo matrimonio).
o Sintomo per distogliere l’attenzione da una realtà dolorosa ( es. : l’anoressia della figlia che risveglia dal letargo i genitori, congelati per la drammatica situazione del fratello affetto da leucemia).
o Sintomo per nascondere un sintomo (paura del bambino di recarsi a scuola a piedi per “coprire” il comportamento fobico della madre). 
o Sintomo per nascondere un fallimento (disagio della figlia per “nascondere” il disagio nel lavoro del padre, in seguito ad un conflitto insanabile col superiore).  
o Sintomo come segnale di un disagio sommerso (la psicosi del figlio, convinto che ignoti persecutori lo abbiano privato dell’identità, sostituendo la sua mente con un orologio, per “segnalare” l’ossessione della mamma di essere stata tradita dal padre). 
o Sintomo per dare una ragione di vita (la tricotillomania nella figlia induce una madre depressa per la precoce perdita del marito ad occuparsi di lei).
o Sintomo come tentativo di modificare una situazione insostenibile (la paralisi completa degli arti inferiori nella figlia per sfuggire al protrarsi dell’abuso da parte di uno zio, mentre i genitori sono impegnati nel lavoro per tutto il giorno).
o Sintomo per curare un sintomo (insicurezza del bambino, coincidente con una depressione infantile, corrisponde alla depressione del padre che beve per farsi coraggio, per darsi la spinta che non riesce a trovare in se stesso: in questo caso, il rimedio appare peggiore del male).
o Sintomo come metafora di un’esperienza traumatica e di una realtà familiare disfunzionale (bambina che, in seguito ad un abuso, manifesta un disturbo del sonno: in questo caso, il sintomo della bimba non rappresenta solo una risposta alle parole ricevute dalla madre, ovvero “Certe cose succedono alle ragazze che non sanno tenere gli occhi aperti”, ma ripropone anche in forma metaforica la realtà di una famiglia che “non sa tenere gli occhi aperti”).
o Sintomo come tentativo di soluzione di un conflitto (sintomo compulsivo di un bimbo per bloccare la sequenza di risentimento, vale a dire il conflitto genitoriale. In questo caso, l’autore si interroga sulla possibilità di risoluzione del sintomo, senza compromettere i risultati favorevoli ottenuti dalla sua presenza sul conflitto genitoriale).

In questo senso, dal punto di vista terapeutico, Loriedo asserisce che se si interviene in maniera diretta sul sintomo, quest’ultimo scomparirà, ma non si risolverà il problema. Limitarsi ad individuare la funzione del sintomo consente di non considerare le cause, ma piuttosto le conseguenze del sintomo stesso, gli effetti che determina. Gli effetti che il sintomo produce, sia per conservare, sia per modificare lo status quo, sono ritenuti importanti per il buon funzionamento del sistema.
Per l’A. l’intervento terapeutico avrà la specifica finalità di agire indirettamente sul sistema per superare il sintomo, mentre farà quanto possibile per conservarne le funzioni.
Nel caso specifico di una funzione morfogenetica del sintomo, sarà opportuno favorire l’effetto di cambiamento che il sintomo stesso tende a ottenere, mentre nel caso di una funzione morfostatica, sarà preferibile tener conto delle necessità di mantenimento e di stabilità che il sistema esprime attraverso i comportamenti sintomatici.
Un intervento che tenga conto della funzione del sintomo, consente di rispettare le istanze di stabilità che il sistema possiede in qualsiasi circostanza, senza per questo venire meno alle richieste di cambiamento che vengono di volta in volta proposte.
 

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